C’era indubbiamente grande attesa al Festival di Cannes per “Romería”, terzo lungometraggio della regista spagnola Carla Simón, dopo i buoni esiti ottenuti con “Estate 1993” (2017) e “Alcarràs” (2022).
Quest’ultimo aveva vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino e, anche per questa ragione, le aspettative per “Romería” erano tra le più alte in assoluto dell’intera competizione.
Ancora una volta Simón punta su una storia intima, collegata direttamente alla sua memoria personale: Marina, ragazza di diciotto anni (esplicitamente un alter ego della regista spagnola), è rimasta orfana quando era piccola e inizia un viaggio per conoscere figure della sua famiglia con cui non ha sostanzialmente mai avuto a che fare.
Gli incontri saranno l’occasione per ripensare ai suoi legami di sangue, provando a mettere insieme frammenti della memoria, sua e del suo nucleo famigliare, impossibili per lei da conoscere e da ricordare.
È un film sicuramente legato a emozioni forti “Romería”, emozioni in cui si alterna il desiderio di poter abbracciare delle (nuove?) relazioni, che potrebbero essere decisive per il futuro della protagonista, con una necessaria resistenza che tiene Marina distante dal potersi lasciare andare del tutto di fronte a tante novità.







