C’è una nuova stella nella frammentata galassia del cinema europeo, ed è una stella che parla diverse lingue sotto un'unica bandiera. Parliamo della Spagna, rivelazione dell'ultimo Festival di Cannes con tre titoli in concorso uno dei quali premiato per la regia, “La bola negra” dei giovani Javier Ambrossi e Javier Calvo detti Los Javis, coppia d'arte e fino a ieri di vita, da un romanzo incompiuto di Garcia Lorca. Più vari altri nelle sezioni parallele, tra cui “The End of It” della catalana Maria Martinez Bayona, trama fantascientifica e cast internazionale (Rebecca Hall, Gael Garcia Bernal, Noomi Rapace). Tanto per ricordare che il cinema dell'era Sánchez non sforna solo nuovi autori ma gioca a tutto campo, anche se l’ecosistema iberico vede proprio nei film d’autore una risorsa strategica sul piano internazionale.A dare la sveglia era stato l'apocalittico e controverso “Sirat” di Oliver Laxe, un carneade che in Francia, tempio della cinefilìa mondiale, si è rivelato il maggior incasso tra i film di Cannes 2025. Ma lo slancio della Nueva Ola era chiaro a tutti almeno dai tempi del successo a sorpresa di “Las Bestas”, thriller ecologico-politico firmato dal madrileno Rodrigo Sorogoyen e già diviso fra lingue e culture inconciliabili quanto strette da un oscuro bisogno reciproco. Ma soprattutto capace di mettere a fuoco molti grandi temi del momento – energie rinnovabili, odio di classe, distanze sempre più vertiginose tra privilegiati e no – usando con inventiva gli strumenti del miglior cinema di genere.Come si vede anche nei molti nuovi film scelti dal festival itinerante organizzato da Exit Media (citiamo almeno il magnetico “Sorda – Il silenzio degli altri” di Eva Libertad, già nelle sale, “La furia” di Gemma Blasco e “Las corrientes” dell'argentina Milagros Mumenthaler), intitolato appunto La Nueva Ola, che dopo Roma, Genova e Prato prosegue fra Napoli (dal 24 giugno) e poi Messina, Capalbio, Brescia, Bergamo, Padova, Cagliari, Campobasso, Bolzano. Altra formula insolita e promettente fra tante iniziative che nascono e muoiono seguendo logiche di campanile.Proprio questa infatti è una delle armi vincenti del nuovo cinema spagnolo. La capacità di aprirsi al mondo, senza smettere di interrogare le proprie ferite e la memoria collettiva, mentre noi spesso ci chiudiamo in logiche provinciali. Lo dicono le molte coproduzioni, non solo con l'America latina (la Spagna coproduce anche con la Grecia, il Marocco, l'Iran). Lo conferma la capacità di girare film in basco e in catalano, minoranze sostenute da più che robusti incentivi fiscali per chiunque voglia lavorare in quelle regioni, da qualsiasi Paese provenga. Lo ribadisce la capacità sempre più evidente della Spagna di riposizionarsi sulla mappa europea appropriandosi di temi e periodi finora poco frequentati o chiusi dentro schemi datati.Per capirlo basta vedere un film appena uscito in Italia, il sorprendente “Romerìa – Il mare dei ricordi” di Carla Simon, regista del già bellissimo “Alcarras” (Orso d'oro alla Berlinale 2022). Una storia autobiografica quanto simbolica che vede un'adolescente cresciuta in Catalogna arrivare a Vigo, in Galizia, sulle tracce dei genitori morti di Aids negli anni Ottanta e praticamente mai conosciuti. Per scontrarsi con nonni che incarnano una Spagna oscurantista e franchista fino al midollo, pronta ad automuseificarsi pur di resistere al cambiamento. Dando vita a una riappropriazione che non è solo personale ma collettiva e transgenerazionale.Perché la Spagna non ha ancora finito di fare i conti con quarant’anni di dittatura (lo ricordava anche Pedro Almodovar in “Dolor y Gloria” e in “Madres Paralelas”), ma soprattutto ha appena cominciato a elaborare nuove strategie per affrontare il suo “passato che non passa” senza restarvi intrappolata. Come si vede anche nell'imminente “Marco, l'impostore” di Aitor Arregi e Jon Garano, ispirato alla storia vera del finto reduce dai lager nazisti, già romanzata da Javier Cercas che compare sullo schermo nei panni di se stesso.Anche se questa fioritura non sarebbe stata possibile senza la solida politica impostata dal governo Sánchez. Che oltre ad aver quasi raddoppiato le sovvenzioni alla settima arte (da 95 a 167 milioni, su 1 miliardo e 600 milioni accordati alla filiera audiovisiva), ha spinto le grandi piattaforme, Netflix in testa, a investire non solo in prodotti ma in strutture permanenti. Creando la possibilità di uno scambio di talenti e linguaggi molto più disinibito che a casa nostra, come provano non solo “La casa di carta”, ma lavori fuori da ogni regola, come il fluviale “La mesias” dei già citati Los Javis, o la miniserie ”Querer”, sullo stupro coniugale, firmata da Alauda Ruiz de Azua (le donne siedono in prima fila nella Nueva Ola), la sofisticata regista basca appena scoperta al cinema con “Los domingos”.E non si tratta solo di numeri, precisano i produttori italiani già impegnati a lavorare con i cugini spagnoli, ma di correttezza, ovvero di certezza e puntualità nell'erogazione dei sostegni. A casa nostra, ormai un miraggio.