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Stefania Ulivi, inviata a Cannes

Migliori registi a Cannes con il film La bola negra, prima del Festival erano perfetti sconosciuti, ora sono pronti a conquistare gli Oscar

Annunciati alla vigilia del festival da Thierry Frémaux come outsider sconosciuti dal grande pubblico, Javier Ambrossi e Javier Calvo sono ripartiti da Cannes 79 con una pesantissimo Palma per la regia per la loro opera seconda La bola negra, ex aequo con Pawel Pawlikowski (Fatherland), e la benedizione di Isabella Huppert che definito il loro premio «très chic». Per la cronaca, lo stesso vinto nel 1999, i due ancora bambini, dal loro maestro e co-produttore Pedro Almodóvar con Tutto su mia madre. E un ancor più pesante accordo di distribuzione negli Usa con Netflix che pone la coppia di registi spagnoli tra i nomi da tenere d’occhio in vista degli Oscar 2027. Niente male per i due Javier, «Los Javis» come vengono chiamati in Spagna, una carriera lontana da quella classica dei cineasti arthouse, costruita mescolando ai gusti cinefili, la militanza nel teatro off e nella tv, anche quella che più pop non si può. A riavvolgere il filo della loro irresistibile parabola, celebrati dalla stampa di casa come novelli Re Mida («Todo lo que tocan lo convierten en oro», tutto quello che toccano si trasforma in oro) si torna indietro fino al 2013, al loro primo incontro. Già entrambi attori, Javier Ambrossi, madrileno, classe 1984, Calvo, di 7 anni più giovane, nativo di Murcia, si sono conosciuti su Facebook. E subito vita artistica e vita privata si sono mescolate. Prima tappa, studi di regia a New York. Quindi in teatro di ritorno a Madrid. E la serialità tv. Con titoli che hanno lasciato il segno, prodotte dalla loro Suma Content. Paquita Salas, diventata presto un fenomeno pop, incentrata su un’agente sul viale del tramonto, che ha vissuto un momento di gloria negli anni ‘80 e è ormai un dinosauro nel mondo dello spettacolo dominato dai millennial. Veneno racconta la vita della trans Cristina Ortiz Rodríguez, celebre trans e Las Mesias, acquistata da Arte, quella di un uomo segnato da un’infanzia dominata dal fanatismo religioso e dall’oppressione di una madre con deliri messianici. Sottofondo religioso anche nella loro opera prima, La llamada, del 2017, un musical, versione cinematografica del loro primo spettacolo. Ha fatto il giro dei festival di tutto il mondo.I due Javier non hanno trascurato la carriera televisiva: insegnanti a Operación Triunfo, giudici in Mask Singer: Adivina quién canta su Antena 3 e Drag Race, presentatori dei Premi Goya. Amici di Rosalìa e di Madonna hanno fatto temere che il connubio artistico potesse interrompersi l’anno scorso, quando hanno deciso di separarsi. E erano nel pieno delle riprese de La bola negra (in Italia sarà distribuito da Movies Inspired). Nessun pericolo. Meno che mai ora che un premio a quattro mani ne ha certificato l’appartenenza al cinema d’autore.Tutto si tiene nel mondo de Los Javis. Che non rinnegano nulla. «È come se ogni passo del nostro percorso ci avesse portato fino a qui. Ancora non abbiamo realizzato cosa è successo, ma è come se il festival, con questo premio, ci incoraggiasse a andare avanti, a modo nostro» hanno raccontato euforici, in sala stampa circondati dai giornalisti spagnoli che sottolineavano un altro record dei due: gli unici giurati di Drag Race a essere premiati a Cannes. «Se non avessimo fatto Operación Triunfo non avremmo imparato a dirigere attori esordienti, ci è servito per le serie. E senza Drag Race non avremmo scritto la frase: “Il travestitismo è la fantasia della possibilità e la guerra è il suo esatto opposto” che è il cuore del nostro film su Federico Garcia Lorca». Erano i perfetti sconosciuti della rassegna, ne sono consapevoli. «Nessuno ci conosceva, Frémaux lo ha ripetuto. I giurati non sapevano chi eravamo. E dunque siamo felici del fatto che sia stato La bola negra a parlare».