L'analisi Da Bologna a Milano: i pacchetti sicurezza piacciono ai pm, ma ora rischiano di essere mutilati
Il primo caso fu a Bologna, il 20 giugno dell’anno scorso. La legge che tra le altre cose rendeva un reato il blocco delle strade «corporale» (l’arma pacifica per eccellenza) era definitivamente entrata in vigore da dieci giorni e per un corteo di metalmeccanici che passò sulla tangenziale vennero denunciati tre sindacalisti. A settembre, a Genova, i denunciati per un sit pro Palestina in via Cantore sono stati oltre ottanta. Poche settimane fa, poi, la procura di Milano ha chiuso la sua inchiesta sulla manifestazione 3 ottobre 2025 in solidarietà con la Flotilla: tredici indagati, alcuni anche per blocco stradale. Anche l’ultima inchiesta, quella di Pisa che ha portato alla denuncia di 54 persone, parla della stessa cosa tra i tantissimi capi d’accusa.
NON VA SEMPRE così, però. I cortei di Roma dell’autunno passato, sempre durante la missione della Flotilla, sono passati per la tangenziale fin quasi a lambire l’ingresso della A24, ma lì c’era l’ok della questura a un percorso che era stato concordato sul momento vista l’altissima partecipazione (decine di migliaia di persone). Perché le forze dell’ordine, volendo, sarebbero pure in grado di gestire le piazze con il buonsenso e non solo con il manganello. L’istituzione di reati di piazza, ad ogni modo, ha sempre avuto una funzione soprattutto deterrente: il decreto Scelba del 1948 già puniva con la reclusione da uno a sei anni chiunque ostruisse le strade ordinarie o ferrate, ma le amnistie per questo furono frequenti. La depenalizzazione, però, non sarebbe arrivata prima del 1999. Con il governo Meloni il passo indietro è stato totale, dettato più da esigenze di cronaca (si mirava a colpire soprattutto i movimenti ambientalisti, odiatissimi a destra nonostante la loro conclamata nonviolenza) che da altri fattori.











