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Stefania Ulivi, inviata a Londra

Il regista presenta «Disclosure Day»: «È comodo dimenticarlo, ma siamo bambini per tutta la vita»

«Ai tempi di Incontri ravvicinati e di E. T. dicevo di credere solo a ciò che potevo vedere. Non ho mai visto di persona un Ufo o come vengono chiamati oggi Uap (fenomeni anomali non identificati, ndr), ma credo nelle persone che hanno avuto incontri con l’ignoto. C’è una coerenza di resoconti credibili che dura da ottant’anni. E ora che il governo si sta facendo avanti, ho davvero la sensazione che il giorno della rivelazione, al di là del nostro film, potrebbe essere dietro l’angolo». Sono passati quasi cinquant’anni da Incontri ravvicinati del terzo tipo, e Steven Spielberg è sempre più convinto che non siamo soli nell’universo, anzi che gli alieni siano già in mezzo a noi. Con Disclosure Day — dal 10 giugno in sala con Universal — l’interrogativo lascia spazio a un’altra domanda: come reagiranno gli umani? «Disclosure Day è una sorta di summa del mio cinema su questi temi — racconta Spielberg al Corriere, all’indomani dell’anteprima londinese del film —. Ho pensato che il mondo mi stesse dicendo di essere pronto per la verità. L’ho fatto a partire dalle evidenze di chi ha vissuto queste esperienze straordinarie. Alcuni le hanno persino immortalate con i loro smartphone».Lo ha scritto con l’amico David Koepp (già firma della saga Jurassic Park) che ha travolto di idee e suggestioni. Tutto ruota intorno alla figura di un whistleblower, un informatore, Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto di cybersicurezza per una società che conserva prove governative di visite aliene sul nostro pianeta fin dal 1947. Il suo antagonista è il dirigente dell’azienda (Colin Firth) che vuole tenere tutto nascosto. Alleati, un misterioso attivista (Colman Domingo) e una giornalista (Emily Blunt) che si occupa normalmente di previsioni meteo.