Mercoledì 4 giugno, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente in Iran grazie al voto di quattro repubblicani che hanno votato insieme a tutti i democratici. Formalmente, la misura è simbolica. Il Senato ha finora bloccato ogni tentativo analogo, e anche se lo approvasse, Trump apporrebbe il veto senza esitare. Ma il valore politico è tutt’altro che trascurabile. La guerra con l’Iran dura da tre mesi, e nonostante gli annunci del presidente, l’accordo che dovrebbe sostituire un cessate il fuoco precario non si vede, mentre i costi del conflitto si vedono ogni giorno alla pompa di benzina e al supermercato. “La gente è stanca. Sono stanchi di pagare 5 dollari al gallone la benzina e 6 il diesel, e dei fertilizzanti per i campi che non riusciamo a permetterci” ha dichiarato Thomas Massie, deputato del Kentucky, uno dei quattro ‘dissidenti’ al Congresso. Trump ha risposto con un post al vetriolo su Truth Social, accusandoli di aver compiuto un gesto “antipatriottico”. Ma la vicenda costituisce il segnale più evidente di “un’aura di onnipotenza che pare ridimensionarsi” osserva il Financial Times. Prima la Corte Suprema aveva demolito l’impianto dei dazi, poi un secondo tribunale ha annullato la tariffa universale al 10% con cui Trump aveva tentato di aggirare la sentenza. Gli indici di gradimento del presidente sono al minimo storico e il rischio di perdere il controllo della Camera a novembre è ora accompagnato da quello di perdere anche il Senato. Sullo sfondo, resta la questione della salute di Trump che compirà ottant’anni settimana prossima. Anche se nessuno di questi fronti, preso singolarmente, sarebbe fatale, insieme, disegnano il profilo di un comandante in capo che fatica a governare e sempre più a convincere, anche dentro il suo partito. La stella di Trump insomma non è tramontata. Ma dall’inizio del secondo mandato non ha mai brillato così poco.