215 voti favorevoli. Tra questi, anche quattro repubblicani schierati contro Donald Trump e la guerra in Iran. È questo il dato politico che emerge dai voti con cui la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che chiede la fine delle ostilità da parte delle forze statunitensi.Il provvedimento rappresenta una delle più significative bocciature bipartisan della strategia adottata dalla Casa Bianca dall'inizio della guerra. Difficilmente produrrà effetti immediati sul terreno, ma fotografa un malessere crescente a Washington per un conflitto che si trascina ormai da mesi e che continua a dividere l'opinione pubblica statunitense.Una sconfitta politica per TrumpLa risoluzione è passata anche grazie ai voti dei deputati repubblicani Thomas Massie (Kentucky), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania), Warren Davidson (Ohio) e Tom Barrett (Michigan), che hanno deciso di rompere la disciplina di partito e schierarsi con i democratici.Il voto assume un significato ancora più rilevante perché arriva dopo settimane di discussioni. E infatti questa era la quarta volta che la Camera cercava di limitare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Solo due settimane fa i vertici della Camera, nella persona del presidente Mike Johnson, avevano rinviato una precedente votazione, consapevoli di non avere i numeri necessari per affossare il provvedimento senza esporre pubblicamente le divisioni interne.Alla fine quei numeri non sono cambiati. Anzi, il dissenso è emerso in modo ancora più evidente, trasformando il voto in una sconfitta politica per la Casa Bianca. Per i democratici si tratta di una condanna della gestione del conflitto da parte del presidente. Per una parte dei repubblicani, invece, il tema è soprattutto istituzionale: il Congresso deve tornare ad avere un ruolo centrale nelle decisioni che riguardano l’ingresso e la permanenza degli Stati Uniti in una guerra.Cosa prevede la risoluzioneIl testo approvato dalla Camera richiama la War powers resolution del 1973, la legge che limita la possibilità per il presidente di impegnare il paese in operazioni militari oltre i 90 giorni senza il consenso del Congresso. La Casa Bianca contesta però questa ricostruzione, sostenendo che il cessate il fuoco annunciato l’8 aprile abbia interrotto il conteggio, nonostante le successive violazioni e le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran.In sostanza, la risoluzione chiede all’amministrazione Trump di ritirare le forze coinvolte nelle ostilità contro l’Iran oppure di ottenere una specifica autorizzazione parlamentare per continuare la guerra.Secondo i promotori della misura, quindi, dopo oltre tre mesi di conflitto non è più sufficiente invocare i poteri presidenziali o le esigenze di autodifesa. Spetta al Congresso, sostengono, decidere se gli Stati Uniti debbano continuare a essere coinvolti militarmente nel confronto con Teheran.Perché il voto resta simbolicoPer quanto politicamente significativo, il voto della Camera difficilmente produrrà conseguenze immediate sul conflitto. Il motivo principale è che Donald Trump mantiene ancora la possibilità di bloccarne gli effetti anche qualora il provvedimento completasse il suo percorso parlamentare.Il testo passa ora al Senato, dove i repubblicani hanno la maggioranza. Ma anche in caso di approvazione da parte di entrambe le camere, resterebbero aperti forti dubbi sulla sua reale efficacia giuridica. La Casa Bianca considera infatti incostituzionale qualsiasi tentativo del Congresso di limitare i poteri di guerra del presidente.Inoltre, secondo l’impianto costituzionale e le interpretazioni consolidate, per rendere vincolante una misura che imponga il ritiro delle truppe sarebbe necessario seguire il normale iter legislativo, che prevede l’approvazione finale del presidente. In quel caso Trump potrebbe esercitare il diritto di veto. Per superarlo servirebbe una maggioranza dei due terzi dei voti sia alla Camera sia al Senato, un livello di consenso che oggi appare altamente improbabile.In questo quadro, il voto non determina la fine del conflitto, ma segnala che una parte del Congresso – inclusi alcuni repubblicani – non è più disposta a demandare ogni decisione alla Casa Bianca sul proseguimento della guerra.Le prime crepe nel Partito repubblicanoÈ proprio questo l’aspetto che preoccupa maggiormente la presidenza. Il voto, al momento, certifica solo un malessere crescente all’interno del Partito repubblicano.I quattro deputati che hanno votato con i democratici appartengono a sensibilità diverse del partito, ma convergono sullo stesso punto. La loro presa di posizione, inoltre, arriva in un momento delicato per Trump. Il conflitto con l’Iran continua a registrare scarso sostegno nell’opinione pubblica e l’aumento dei prezzi dell’energia è diventato un tema sempre più presente nel dibattito politico americano. Con le elezioni di metà mandato (midterm) ormai alle porte – si vota martedì 3 novembre –, diversi parlamentari repubblicani guardano con crescente preoccupazione a una guerra che rischia di trasformarsi in un problema elettorale.A sottolineare il significato politico del voto è stato il deputato democratico Gregory W. Meeks, uno dei promotori della risoluzione, secondo cui “il Congresso ha rispettato la Costituzione” e il messaggio è chiaro: democratici e repubblicani hanno detto “basta” a una guerra che deve tornare sotto il controllo del Parlamento.I negoziati con l’Iran proseguono, con Netanyahu è scontroLa pressione politica su Trump aumenta mentre la sua amministrazione cerca faticosamente di tenere aperto il canale diplomatico con Teheran. Negli ultimi giorni il presidente ha continuato a sostenere che un accordo sia possibile e che le parti siano vicine a un’intesa. Dietro le quinte, però, emergono segnali di crescente frustrazione. Trump avrebbe infatti confidato ai collaboratori di non voler tornare a una guerra su larga scala contro l’Iran, a meno che il conflitto non provochi vittime tra i militari.In questo contesto si inserisce anche il duro confronto avuto con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo quanto riportato da Axios e poi confermato dallo stesso presidente americano, durante una telefonata avvenuta lunedì Trump avrebbe definito Netanyahu “completamente pazzo”, irritato dalle operazioni militari israeliane in Libano.Il timore della Casa Bianca è che l’apertura di nuovi fronti regionali possa compromettere i negoziati con Teheran. L’Iran ha infatti già minacciato di interrompere il dialogo con Washington dopo gli attacchi israeliani, mentre gli Stati Uniti stanno cercando di consolidare il fragile cessate il fuoco e riaprire un percorso negoziale sul programma nucleare iraniano. Netanyahu ha minimizzato l’episodio, parlando di “disaccordi tattici” tra alleati. Ma il confronto racconta le difficoltà di Trump nel tenere insieme due obiettivi che oggi appaiono sempre meno compatibili: sostenere Israele e, allo stesso tempo, trovare una via d’uscita da una guerra che negli Stati Uniti sta diventando sempre più impopolare.La risoluzione approvata dalla Camera non costringerà Trump a ritirare le truppe, ma il voto manda un messaggio politico difficile da ignorare: mentre la Casa Bianca cerca una soluzione negoziale e prova a evitare un’ulteriore escalation regionale, cresce, anche tra i repubblicani, il numero di chi non è più disposto a concedere al presidente una delega in bianco sulla guerra in Iran.