Dopo il voto della Camera dei Rappresentanti, anche il Senato degli Stati Uniti - a maggioranza repubblicana - ha approvato la risoluzione che limita i poteri di Donald Trump nel proseguire operazioni militari contro l’Iran senza una specifica autorizzazione del Congresso. Il provvedimento è passato con 50 voti favorevoli e 48 contrari, segnando una delle più significative prese di posizione parlamentari contro la Casa Bianca dall’inizio del secondo mandato del presidente repubblicano.L’aspetto politicamente più rilevante del voto è rappresentato dalla scelta di quattro senatori repubblicani di schierarsi contro il presidente. Hanno votato a favore della risoluzione Susan Collins, Lisa Murkowski, Bill Cassidy e Rand Paul, unendosi alla quasi totalità dei democratici. L’unica eccezione nel campo democratico è stata quella del senatore della Pennsylvania John Fetterman, che ha invece votato contro il testo.La misura, già approvata dalla Camera nelle scorse settimane, impone che eventuali nuove ostilità contro l’Iran siano autorizzate dal Congresso, salvo i casi di autodifesa o di risposta a una minaccia imminente. Dal punto di vista pratico gli effetti sono limitati, poiché la risoluzione è considerata in larga parte simbolica e non necessita della firma presidenziale. Tuttavia il voto assume un forte valore politico perché riafferma il ruolo del Congresso nelle decisioni di guerra e certifica l’esistenza di un dissenso bipartisan sulla gestione del conflitto da parte della Casa Bianca.Si tratta inoltre della prima volta dal 1973 che entrambe le Camere del Congresso approvano lo stesso provvedimento volto a interrompere o limitare un’azione militare non espressamente autorizzata dal Parlamento.Trump ha reagito duramente al voto. Il presidente ha definito la decisione del Senato “priva di significato” e “inutile” sostenendo che il Congresso stia interferendo con la gestione della politica estera e con i negoziati in corso con Teheran. Secondo la Casa Bianca, la risoluzione indebolisce la posizione negoziale americana e non produce conseguenze concrete sulle scelte dell’amministrazione.Il voto arriva in una fase delicata per Trump. La guerra contro l’Iran, conclusa formalmente nelle scorse settimane con un’intesa preliminare tra Washington e Teheran, continua infatti a pesare sull’opinione pubblica. Un recente sondaggio Reuters/Ipsos mostra che soltanto il 24% degli americani ritiene che il conflitto sia valso i costi sostenuti dagli Stati Uniti, mentre appena il 23% considera il Paese più forte dopo la guerra.Parallelamente continua la flessione della popolarità del presidente. Secondo la stessa rilevazione Reuters/Ipsos, l’indice di approvazione di Trump è sceso al 34%, eguagliando il livello più basso registrato nel suo secondo mandato. Già nelle settimane precedenti altri sondaggi avevano mostrato un consenso fermo tra il 35 e il 36%, ben lontano dal 47% registrato all’inizio della presidenza. A pesare sono soprattutto il costo della vita, l’impatto economico del conflitto con l’Iran e la crescente insoddisfazione degli elettori indipendenti.