Il Patto per Napoli
Sergio Locoratolo
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Da anni il dibattito pubblico italiano è attraversato da una convinzione. Il riformismo avrebbe esaurito la propria funzione storica. Travolto dalla stagione dei populismi, schiacciato tra radicalismi contrapposti, sarebbe diventato una categoria politica del Novecento, utile agli storici più che ai governi. È una tesi suggestiva. Ma il riformismo non è affatto scomparso, si è trasformato. Basti guardare a Napoli. Dove una certa tradizione storica del riformismo italiano che si riconosceva nel socialismo locale e nel migliorismo del PCI è sicuramente morta. Ma dove un “neoriformismo urbano” è divenuto protagonista. È da Napoli, infatti, che arriva oggi una delle più interessanti esperienze di governo riformista nel Paese.
Quando Gaetano Manfredi assume la guida della città eredita un comune gravato da una situazione finanziaria che rischiava di comprometterne il futuro. Il primo atto riformista non è stato promettere ciò che non poteva essere mantenuto. È stato riconoscere la realtà e costruire una soluzione. Il Patto per Napoli non ha rappresentato soltanto un’operazione di riequilibrio finanziario ma è stata la dimostrazione che risanamento dei conti e rilancio degli investimenti possono procedere insieme. Napoli ha provato che senza sostenibilità finanziaria non esiste autonomia politica. I conti pubblici non sono una materia per tecnici ma la condizione necessaria per garantire servizi, programmare investimenti e costruire sviluppo. Il rilancio di Bagnoli, gli interventi sul waterfront orientale, il recupero dei grandi complessi monumentali, il rafforzamento della rete infrastrutturale e degli impianti sportivi, il miglioramento del trasporto pubblico e gli investimenti collegati al PNRR, un approccio urbanistico ad ampio spettro, il rilancio dei servizi di pulizia e igiene della città, una più dinamica politica del lavoro compongono un disegno che prova a superare la logica degli interventi episodici. Lo stesso approccio emerge sul terreno della coesione sociale. Napoli ha provato a percorrere una strada diversa. Investire sul welfare non come semplice redistribuzione ma come costruzione di opportunità. Politiche per l’infanzia, contrasto alla povertà educativa, rafforzamento dei servizi territoriali, interventi nelle periferie e attenzione alle fragilità sociali sono stati progressivamente inseriti in una strategia più ampia che punta a ridurre i divari e ad allargare la partecipazione alla vita economica e civile della città.












