«Sicuramente qualcuno pensa che sia irrealistico credere che sia possibile disinnescare i conflitti, che sia solo utopia, ma proprio per questo ciò che facciamo qui ha ancora più valore». Ha la voce decisa, Laura Giorgi. Ha 18 anni e sta vivendo il suo quarto anno di scuola a Rondine Cittadella della Pace, borgo a una decina di chilometri da Arezzo diventato modello di educazione alla pace riconosciuto a livello internazionale. È un luogo dove si sperimenta che, addirittura, i conflitti possono diventare generativi: qui decine di persone che arrivano da contesti di guerra si ritrovano fianco a fianco, vicine di banco. L’israeliana e la palestinese. L’armeno e l’azero. Il serbo e il bosniaco. E tanti italiani, che decidono di passare nella Cittadella parte del loro tempo, o che portano il “metodo Rondine” nelle loro scuole, nei territori di tutta Italia. Un lavorìo dal basso, silenzioso e quotidiano, che ieri si è però mostrato in tutta la sua concretezza: 4mila ragazzi hanno marciato da Arezzo a Rondine, nell’evento di avvio di un Festival (“YouTopic Fest”) che fino a domenica mette al centro i temi dell’inquietudine, del conflitto, della pace. Parole che potrebbero essere vuote e che invece qui si riempiono di significato, raccontano i giovani che hanno partecipato alla marcia. I primi sono arrivati a mezzogiorno, correndo, saltando, con in mano alcuni striscioni. «L’Italia ripudia la guerra», è scritto su uno. Alcuni sono giovanissimi – 11-12 anni –, altri sono appena maggiorenni. Prevalgono le partecipazioni dalle scuole, anche se le situazioni sono diverse. Laura e Angelica stanno frequentando a Rondine il quarto anno della scuola superiore, una possibilità per ragazzi di tutta Italia e che si rinnova ogni anno scolastico. Al percorso ministeriale si affianca un progetto formativo specifico, che mette al centro la conoscenza di sé e del mondo, sempre nell’ottica di una risoluzione possibile e generativa dei conflitti. «Io qui ho imparato che ciascuno di noi può davvero fare la differenza», dice Laura. Ma non sarà ingenuo credere che un modello come Rondine possa essere davvero incisivo in una società come la nostra, che vede i conflitti – a tutti i livelli – moltiplicarsi? Laura sta un attimo in silenzio, poi risponde senza esitazione: «No – dice –, non dobbiamo voltarci dall’altra parte perché siamo pochi. Anzi, proprio perché siamo pochi è fondamentale che sottolineiamo che è possibile». «È importante dirlo con il proprio modo di porsi, di relazionarsi – aggiunge Angelica –, più che con le parole».Un'altra immagine del corteo Alle loro esperienze fa eco il vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, Andrea Migliavacca: «La presenza di tutti questi giovani è un grande appello di pace. E vorrei sottolineare anche l’importanza del tema centrale di questo festival: l’inquietudine, che è qualcosa di positivo, è ricerca, cammino». A pochi passi di distanza, Sveva e Sara stanno chiacchierando e riposando dopo la marcia. Hanno 12 anni, frequentano la seconda media. Perché sono qui? «Siamo venute con la nostra classe», rispondono. «Per me la pace parte soprattutto da noi stessi – dice Sveva –. Pace dopo le decisioni che prendiamo, pace in famiglia, la pace di sentirsi al sicuro a casa. Se parte da noi, allora può arrivare anche agli altri». Sara aggiunge: «Ad esempio, se c’è un dissidio in classe, dobbiamo cercare di calmare la situazione». Per Giulio e Francesco, 15enni di un’altra scuola, la partecipazione era facoltativa. «Pensiamo che sia giusto fermarsi a riflettere su grandi temi come la guerra», dicono, ed «è bello ricordarsi di essere umani». Tra i momenti che più hanno colpito i ragazzi ci sono state le testimonianze di atleti paralimpici che hanno accompagnato l’arrivo della marcia. Centrale è stata una «memoria viva» di Alex Zanardi, che proprio a Rondine inaugurò un anno scolastico nel 2015. Tra le partecipanti ci sono anche Adriana e Ginevra, mamma e figlia. La seconda ha convinto la prima a partecipare: «È il terzo anno che faccio la marcia – dice la 15enne –, due volte da sola e una con la mia classe». Quest’anno ha voluto che anche un suo adulto di riferimento potesse vivere una cosa che per lei è preziosa. Anche questo si vive alla Cittadella: un’alleanza che può esistere tra generazioni diverse. «Anche in questo caso il metodo Rondine è utile – aggiunge Stefania, un’insegnante –. Non dobbiamo avere paura di confrontarci tra persone di età diverse: dalle divergenze può nascere qualcosa di utile per tutti».Ci sono luoghi in cui la guerra si ferma. Non all’improvviso, ma grazie a chi da anni porta avanti processi di pace e al coraggio dei giovani che scelgono di partire da luoghi in conflitto per ritrovarsi a vivere situazioni nuove, «a sorpresa», che chiedono loro di guardare negli occhi i propri nemici e «mettere le persone prima delle bandiere». A dirlo, in un italiano che ancora sta prendendo forma, è Iryna, giovane della World House di Rondine, il borgo aretino ideato da Franco Vaccari, dove ieri si è aperto YouTopic Fest, il festival internazionale sulla trasformazione dei conflitti, in corso fino a domenica. Iryna è arrivata da poco. A casa sua, in Ucraina, «momenti più tranquilli si alternano ad attacchi violenti». Non è facile per lei seguire le notizie da qui, col pensiero rivolto ai genitori e alla sorella, ma è voluta partire lo stesso. Nello studentato, adesso, vive con lei una ragazza russa. «È stato il mio primo incontro con il “nemico” – racconta –, nel mio Paese non c’era spazio nemmeno per il più piccolo pensiero che contemplasse un incontro del genere». D’altronde, non ce n’era proprio modo. «Su Telegram», però, si è aperto uno spiraglio inatteso: «È lì che ho conosciuto Rondine», spiega. In uno spazio rubato alla disperazione, ai canali ufficiali d’informazione, a chi vuole e a chi conviene che i popoli si pensino separati per sempre. «Qui non parliamo di politica internazionale o di propaganda – spiega –, ma condividiamo la vita quotidiana, ascoltiamo cosa l’altro ha vissuto». Si tratta di tornare umani. Quando la sua compagna di studentato le racconta ciò che ha visto «rivedo ciò che anche io ho passato», dice ancora. La logica delle parti contrapposte, a Rondine, lascia il passo così ad amicizie accomunate dalla paura del futuro e al vissuto di chi «va a dormire senza sapere se si sveglierà o cosa potrà accadergli». Adesso, qui, «è questa la mia missione: raccontare la mia storia, far sapere cosa è davvero successo». Per costruire poi un futuro, che sembrava rubato, a servizio degli alti: «Ho studiato finanza – racconta di sé – e vorrei lavorare in organizzazioni umanitarie». Ma assieme a quelli ucraini, sulle colline di Arezzo, ci sono anche voci e volti dei luoghi segnati da guerre di cui nessuno ormai parla più. Shadia e Susana sono due studentesse di Relazioni internazionali di Baranquilla, in Colombia. «Dopo una storia di 70 anni di conflitto armato e di violenza legata al narcotraffico nel mio Paese, sono arrivata a Rondine senza speranza», dice Shadia, che sabato prenderà l’aereo per tornare a casa, dopo due anni nello studentato. In lei c’è la paura di «vedere la Colombia con occhi diversi», ma con questo stato d’animo, ormai, ha imparato a fare i conti. «Ho paura di partire ma parto, di parlare ma parlo, di salire su un palco ma ora ci salgo». Così anche costruire la pace diventa possibile: «Darò avvio a programmi di educazione, sull’esempio di mia madre, che si occupa di percorsi di musicoterapia per desaparecidos. Il mio Paese ha bisogno di cambiare il modo in cui guarda il conflitto: non possiamo pensare di eliminare interi gruppi delle nostre società. Ciò che è accaduto deve diventare un’opportunità per ricominciare». A Rondine, ha visto che rielaborare e trasformare il dolore è possibile e adesso «se non riuscirò a portare subito in Colombia questo metodo, tornerò in Italia, studierò ancora e poi tonerò a casa, per dare lì tutta me stessa».Il bel sorriso di ShazaLa sua determinazione è anche quella di Susana, scopertasi poco libera quando «un gruppo di italiani festeggiava la vittoria del no al referendum sulla giustizia e mi è stato chiesto cosa ne pensassi: in Colombia non possiamo parlare né fare domande, veniamo additati subito come forze di opposizione. Stavo attenta a dove lasciavo il telefono, vivevo pensando che qualcuno potesse farmi del male, e avevo normalizzato tutto questo». Adesso, afferma, «voglio tornare lì e costruire la libertà». La guerra – si impara a Rondine – finisce, ma non all’improvviso. Atasamaz, giovane di 28 anni, ne aveva 7 quando a Berslan, nella nell’Ossezia del Nord, alcuni separatisti ceceni hanno aperto il fuoco in una scuola elementare, tenendo prigionieri per tre giorni, senza cibo né acqua, bambini, genitori e nonni riuniti per quella che il 1° settembre 2004 doveva essere la festa del primo giorno di scuola. Furono 5 i piccoli uccisi, 187 persone persero la vita in un’esplosione, 117 salme non furono mai identificate. Le madri che avevano perso i figli impedirono ai propri uomini di prendere le armi per vendicarsi. L’Italia e San Marino, per il loro impegno, le hanno candidate al Premio Nobel per la Pace. «Da loro e da chi in Toscana lavora da decenni per la pace imparo il coraggio», dice Atasamaz. Dal giorno dell’attentato, ricorda, «la vita di tutta l’Ossezia è cambiata: siamo pochi numericamente, e tutti, in qualche modo, sono stati coinvolti in quell’evento». Le ferite non si rimarginano, ma lavorare perché la spirale di violenza si interrompa è possibile. «Vorrei creare un centro museale internazionale contro il terrorismo: non solo un museo, ma un luogo dove chiunque possa portare le propria testimonianza: vittime, ex terroristi che hanno cambiato vita, parenti di chi ha perso la vita».Atasamaz