Oggi unionista, ieri federalista, ancor prima secessionista. Rosso antico, comunista quasi in gioventù, poi destro radicale, forse di più. Matteo Salvini vaga da un luogo all’altro del campo politico semza trovar pace. Rimbalza, come quegli animali intrappolati nella rete a causa della loro ingordigia, senza una connessione sentimentale. Dal nord verde Pontida alla felpa italiana, ogni città con la sua bandiera e il tricolore su tutto, dall’autonomia differenziata, perdutasi nella nebbia padana, al ponte sullo stretto, l’opera tra Calabria e Sicilia, lontana dalla Lombardia. Salvini è tutto e niente.
Se a Salvini manca il quid, come disse Silvio Berlusconi del suo fedelissimo ministro Angelino Alfano per spiegare le ragioni che impedivano di consegnargli Forza Italia, è forse perchè per troppo tempo quel quid, il senso cioè della Lega di stare in campoo, è andato perduto.
Ed è andato perduto quando Salvini ha fatto salire a bordo della sua nave il generale Roberto Vannacci con l’intento di succhiargli la popolarità e i voti che il militare della Folgore si era conquistato nella più completa solitudine. Vannacci è salito a bordo e poi, come sempre accade in questi casi, ha brigato per fare la festa al suo capitano.















