(di Katia Margolis)
La politica e la Biennale
Le elezioni comunali di Venezia si sono concluse con una sconfitta netta per il centrosinistra. Simone Venturini, indicato come il naturale successore dell’attuale sindaco Luigi Brugnaro, ha ottenuto il 51% dei voti, mentre Andrea Martella, sostenuto anche da una larga parte del mondo culturale veneziano, si è fermato al 37%. Eppure il dato elettorale, da solo, racconta soltanto una parte della storia. La geografia del voto mostra infatti una frattura che attraversa Venezia da decenni. La terraferma, e in particolare Mestre, ha scelto in maggioranza Venturini. La Venezia storica, insulare, ha espresso invece una preferenza diversa. Qui il neoeletto sindaco avrebbe ottenuto appena il 34,8% dei voti, contro il 51,4 % di Martella. Ancora una volta è emersa la distanza tra due realtà unite amministrativamente nel 1926, durante il regime fascista, ma profondamente differenti per interessi, identità e visione del futuro. Il Ponte della Libertà, che collega Venezia alla terraferma, sembra essersi quasi trasformato nel suo contrario. Ma la discussione sul futuro di Venezia non si svolge soltanto nelle urne.
Nelle stesse settimane delle elezioni, la città è stata attraversata dalle controversie attorno alla Biennale. L’apertura della 61ª Biennale di Venezia si è svolta in un clima attraversato da contraddizioni difficili da ignorare. Mentre il mondo continua a essere segnato da guerre, repressioni e crisi delle istituzioni democratiche, una delle più importanti istituzioni culturali internazionali si è trovata al centro di polemiche che hanno riguardato non soltanto la presenza di alcuni padiglioni nazionali, ma il ruolo stesso dell’arte contemporanea di fronte alla violenza del presente. Il ritorno del padiglione russo, in piena guerra russa contro l’Ucraina, veniva presentato dal presidente della Fondazione della Biennale Pietrangelo Buttafuoco come un gesto di dialogo e apertura culturale. Contemporaneamente il regime russo, presentandosi a Venezia nelle vesti neutrali di un progetto artistico e di una performance musicale apolitica, continuava a distruggere musei, monumenti e luoghi della cultura ucraina, a uccidere artisti ucraini e, all’interno del proprio Paese, a perseguitare artisti e attivisti contrari a questa guerra. In questo contesto, il problema non era la libertà artistica o il dialogo, ma la loro assenza. Non era il dialogo a essere contestato, ma la normalizzazione di un sistema che conduce una guerra contro l’identità e la cultura ucraina, reprime sistematicamente il dissenso e nega ai propri cittadini proprio quelle libertà che pretende di rappresentare sulla scena internazionale. Per non menzionare la rete di soggetti ben poco artistici legati direttamente ai servizi segreti di Putin e all’economia bellica del Cremlino, che hanno pianificato e rappresentato questa "operazione artistica speciale".






