C’è una parola che, negli ultimi anni, si è fatta strada nel linguaggio comune: resilienza. Tecnicamente, è la capacità di resistere alle difficoltà trasformandole in opportunità, senza subirle da fermi. La pandemia ce l’ha insegnata e ora i cambiamenti climatici la rendono una condizione per la vita sul pianeta. È il messaggio che le Nazioni Unite hanno voluto lanciare dedicando a questo tema la Giornata Mondiale dell’Ambiente 2026. La campagna dell’Unep, il programma Onu sulla questione ambientale, quest’anno mette al centro gli effetti ormai tangibili della crisi e, attraverso lo slogan #NowForClimate (Ora per il clima), sottolinea l’urgenza di un’azione collettiva. L’appello arriva dall’Azerbaigian, nazione ospitante delle celebrazioni. Il cuore della 54ma edizione è una nuova consapevolezza: non basta fermare il riscaldamento globale, bisogna iniziare a farci i conti in un mondo che ne subisce già i contraccolpi. Il tempo delle semplici promesse d’altronde è scaduto. Secondo le stime più recenti dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo per il cambiamento climatico, gli ultimi anni sono stati i più caldi della storia umana e hanno portato la temperatura media globale a sfiorare il limite dei +1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale. Con gli Accordi di Parigi, nel 2015, 196 paesi si sono impegnati a mantenerla «ben al di sotto dei due gradi», sforzandosi di non superare la soglia più sicura, oltre la quale il rischio è innescare negli ecosistemi cambiamenti irreversibili. Sembrano lontani i tempi delle piazze piene di giovanissimi con bandiere e striscioni verdi. Quelli in cui Greta Thunberg ogni venerdì si appostava davanti al parlamento svedese con il suo cartello «skolstrejk för klimatet», sciopero scolastico per il clima. Da quando la sua comunicazione si è spostata su Gaza e il popolo palestinese, molti l’accusano di aver dimenticato la causa, e l’impressione diffusa è che la questione climatica sia stata dimenticata dai giovani. Che i Fridays for future si siano quasi completamente spenti come movimento sembra evidente, e probabilmente è dovuto a un insieme di fattori. Anche se sono riusciti a riempire le piazze, non hanno alle spalle una struttura solida come altri collettivi. «Sicuramente anche l’età conta», commenta Silvia, attivista di Ultima Generazione, «ad esempio qua a Torino è una realtà che continua a esistere, però sono tutti ragazzini fra i 16 e i 20 anni. Quindi per loro riuscire a trovare il tempo ma soprattutto i soldi è più difficile. E i soldi servono per far succedere le cose». Ultima Generazione, ad esempio, negli anni è diventata una vera e propria macchina. Ha un’organizzazione stampa, gruppi locali organizzati sparsi in tutta Italia e persone che ci lavorano a tempo pieno.Anche Extinction rebellion, movimento globale fondato nel Regno Unito nel 2018, ha visto un calo di adesioni. «A Milano al momento siamo circa una decina», spiega Marcello, che fa parte del collettivo da 6 anni. «Negli anni abbiamo visto tempi migliori, siamo arrivati a toccare la quarantina di persone». Secondo lui, questo in parte è dovuto al fatto che ci sia una grande componente studentesca, che spesso lascia la città dopo gli studi creando un continuo ricambio e meno possibilità di avere un solido nucleo stabile. «Ma sicuramente anche la pandemia ha tagliato un po’ le gambe al movimento per il clima. A questa si sono poi aggiunte altre emergenze, come le guerre, che hanno spostato il dibattito su quei temi», commenta. «Il fatto che Greta sia salita sulla flottiglia, però, non è per niente incoerente», spiega Pietro Wilheim Malmsheimer, responsabile della comunicazione dell’Unione degli Studenti della Lombardia, «perché la lotta climatica oggi è diventata intersezionale». Tra gli attivisti, infatti, c’è sempre più la consapevolezza che non si possa affrontare il tema ambientale senza legarlo alle dinamiche geopolitiche ed economiche. Proprio perché lo sfruttamento del pianeta è frutto di un modello economico estrattivo e perché molte guerre sono legate al controllo di risorse. «L’attivismo climatico non è morto, il punto è solo che ha cambiato faccia: è cresciuto ed è diventato un attivismo socio climatico», commenta Silvia.Sicuramente, a livello comunicativo è più difficile far passare questo genere di messaggio. «Che a Milano ci fossero 36 gradi a maggio, arriva a tutti», dice Pietro. Comprendere la rete di interessi economici e politici che possono stare alla base del mancato interesse per la mitigazione del clima, è più difficile e meno immediato. Secondo Silvia, tuttavia, negli ultimi tempi i movimenti di piazza sono aumentati, simbolo che non è diminuito l’interesse nell’impegnarsi per una causa, anzi. «Nel 2018 c’era un po’ di stagnazione a livello italiano e se da ragazzino volevi scendere in piazza con un cartello in mano e fare qualcosa, trovavi giusto i Fridays. Adesso ci sono un sacco di campagne, di movimenti che vanno dal diritto alla casa, alla salute, fino alla Palestina, che a settembre-ottobre ha portato per le strade un mare di persone». Non si può nemmeno ignorare il fatto che gli attivisti per il clima siano continuamente soggetti a intimidazioni, procedimenti giudiziari strumentali e campagne di delegittimazione pubblica: una cosa emersa anche durante il primo Forum europeo dedicato ai difensori dei diritti umani ambientali che si è tenuto a Strasburgo il 3 il 4 giugno. Silvia lo sa bene, perché fa parte di quel movimento di attivisti che usa come forma di protesta azioni di disobbedienza civile non violenta come i blocchi stradali. «L’idea alla base di questa strategia, oltre che per attirare l’attenzione mediatica, è che viviamo in un momento storico in cui il conflitto sociale è ovunque, ma resta spesso nascosto, latente», spiega. «La rabbia che vediamo nelle persone quando facciamo un blocco stradale non è tanto diretta verso chi crea un ostacolo, quanto legata alla paura di perdere il lavoro, in un contesto in cui il lavoro non è tutelato. Si tratta quindi di portare allo scoperto tensioni che già esistono e che non si può più continuare a ignorare». Il gruppo di cui fa parte, che è quello torinese, è composto principalmente da persone che hanno tra i 27 e i 30 anni. Ultimamente, non si è sentito tanto parlare di loro perché stanno portando avanti un grosso processo di approfondimento strategico interno per capire come muoversi da qui a dieci anni e studiare quali saranno le prossime campagne. «Finora abbiamo avuto il ruolo sociale di ribelli, in cui facevamo cose ad altissima mediaticità e altissimo rischio», spiega. «Oggi sentiamo la necessità di essere, oltre che ribelli, anche organizzatori sociali. Vorremmo fare più formazioni, costituire più gruppi, avere un’ampia copertura territoriale».Ogni territorio, infatti, ha le proprie battaglie ambientali da portare avanti. E in questo, le mobilitazioni cittadine sono sempre restate piuttosto attive. È quello che è successo, ad esempio, al bosco di via Falck a Milano. «Volevano tirar giù quest’area verde cittadina per costruire uno studentato di lusso, e le persone del quartiere si sono subito mobilitate», racconta Pietro. Oggi la lotta climatica per continuare a vivere deve passare anche dalla dimensione locale, ma soprattutto deve essere portata dentro un discorso più ampio. Non si possono più ignorare le connessioni tra ambiente, economia e geopolitica. La capacità di ridefinirsi, senza perdere di vista l’obiettivo, garantirà la sua sopravvivenza. E le piazze piene di quest’autunno, hanno ricordato a tutti che la voglia dei giovani di battersi per un mondo più giusto è tutt’altro che morta.