C’era una volta una ragazza svedese di quindici anni che, con un cartello in mano davanti al Parlamento di Stoccolma, riuscì a scuotere governi e imprese. Greta Thunberg, con il suo «sciopero per il clima», trasformò un tema tecnico e scientifico in un movimento globale. Per la prima volta l’emergenza climatica smetteva di essere monopolio di esperti e veniva percepita come questione di tutti. E sono nati i «Friday for the future» che hanno mobilitato migliaia di giovani contro il riscaldamento globale. Assieme a scienziati , intellettuali ed accademici, sono stati i protagonisti di quello che, nel saggio «Le grandi ipocrisie sul clima» scritto con Luca D’Agnese, abbiamo chiamato il «triangolo della sostenibilità»: hanno spinto la politica (il secondo vertice del triangolo) a prendere sul serio la transizione energetica con il protocollo di Kyoto poi sfociato in politiche di incentivi per il terzo vertice , le imprese più innovative nelle fonti rinnovabili(per esempio la nostra Enel) e auto elettriche (per esempio Tesla).
Quella Greta non esiste più da anni. Al suo posto c’è oggi una leader che ha trasformato la battaglia per la sopravvivenza del pianeta in un’arena estremista ideologica che mescola capitalismo, diseguaglianze, gender gap, colonialismo, antisionismo. Così da anni è avvenuta la metamorfosi dei Fridays for Future e degli ambientalisti di tutto il mondo: da piattaforma intergenerazionale contro il riscaldamento globale a megafono di un’agenda politica di estrema sinistra per terzomondisti, sostenitori del capitalismo «woke» (risvegliati capitalista, il razzismo esiste ancora!), LGBT.








