Greta Thunberg focalizza il ricordo degli abusi subiti, e decide di condividerli. Lo fa sul giornale svedese Aftonbladet, lo fa proprio nelle ore in cui esplode in faccia al mondo il calvario biennale degli ostaggi detenuti dai galantuomini in kefiah mai condannati da Greta, ma di nuovo è tempistica, l'insinuazione è nell'occhio di chi legge. A caldo, e ancora nei giorni successivi, aveva proclamato di non volere parlare della sua esperienza per non oscurare la «causa palestinese». Adesso, forse delusa dai difensori della causa che si sono precipitati a firmare la pace di Trump per portare a casa la pelle, forse intuendo che c'era una narrazione da bilanciare (il rischio supremo è che l'ebreo passi per il torturato, dannazione), ha esternato.

Con dettagli certamente sgradevoli e se veritieri indifendibili, intendiamoci, percosse in primis. Ma alle nostrene anime belle già impegnate nella gara dell'indignazione a scoppio ritardato vorremmo sottoporre un'analisi comparata che coinvolge loro, non Greta. Settecentotrentotto giorni legato a una catena, in un tunnel sottoterra, senza luce, mangiando occasionalmente qualche pezzo di pita: Elkana Bohbot, ostaggio israeliano. «Mi hanno tolto l'igienizzante e la protezione solare»: Benedetta Scuderi, europarlamentare Avs, “martire” della Flottiglia. Sempre da solo, in un tunnel minuscolo e buio, picchiato fino a svenire e operato alla mano senza anestesia: Matan Angrest, ostaggio israeliano. «Hanno rovistato nelle nostre borse»: ancora Scuderi. Costretto a scavare la propria stessa fossa, malnutrito, con le ossa sporgenti come altri ebrei in altri tempi: Evyatar David, ostaggio israeliano. «Mi hanno fregato il cellulare, e mi hanno fregato pure le sigarette, otto pacchetti!»: Arturo Scotto, deputato Pd, “martire” della Flottiglia.