Bifronte come certe figure della mitologia greca, Greta Thunberg ha ormai due maschere: una farsesca e una tragica. Volete quella farsesca? Basta accostare le sue dichiarazioni frignanti di ieri secondo cui lei, l’equipaggio e la sua barchetta sarebbero stati nientemeno che «kidnapped», cioè rapiti e sequestrati dall’esercito israeliano, con la foto di lei – sempre lei, mica una sosia – tutta contenta di ricevere un sandwich da un soldato Idf. Ma come? Il sequestratore che passa la pagnottella alla povera eroina sequestrata? E lei, la coraggiosa attivista, la pasionaria indomita, che si fa irretire da una merenda? Già qui verrebbe voglia di far calare il sipario.
Anzi: prima di stendere un velo pietoso, vale la pena di riandare con la memoria alla lunga serie di capi di stato e di governo, di banchieri, di personalità che per anni pendevano dalle labbra della ragazzina. Andavano a omaggiarla e a chiederle una benedizione. Andavano a scusarsi e a farsi legittimare. E lei – severissima e implacabile – rispondeva a suon di sganassoni metaforici: «Ci state deludendo, ma gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi, e se sceglierete di fallire non vi perdoneremo mai». E più la ragazzina scagliava anatemi, più riceveva inchini e ringraziamenti.
















