Dal 24 maggio scorso, una decina di attivisti diretti a Gaza, fra cui due cittadini italiani, è rinchiusa nelle carceri di Bengasi, nella Libia orientale. Si tratta di alcuni componenti del Global Sumud Land Convoy, una “flotilla” via terra composta da oltre 200 persone che si proponevano di raggiungere la Striscia via terra, attraversando tutta l’Africa del nord, partendo dalla Mauritania. Sui camion del convoglio, gli attivisti portavano case mobili e aiuti umanitari, ma il loro viaggio si è interrotto a Sirte, la linea di confine fra la Libia dell’ovest e quella dell’est. Dina Alberizia, pensionata di 67 anni, e Domenico Centrone, insegnante di 33 anni, sono al centro delle trattative che il nostro paese ha avviato con le autorità dell’est della Libia. Martedì scorso, mentre all’ambasciata italiana di Tripoli si cantava e si ballava con tanto di dj-set per festeggiare gli 80 anni della Repubblica italiana, il procuratore libico ha confermato i reati di manifestazione e ingresso illegali, prolungando ulteriormente il fermo dei due. A oggi non si hanno date certe sulla fine della loro detenzione. Il console italiano a Bengasi, Filippo Colombo, si è adoperato in questi giorni per ottenere condizioni detentive più dignitose, ma la situazione resta incerta. Tony Lapiccirella, membro del comitato direttivo internazionale della Global Sumud, due giorni fa si è presentato alla Farnesina per chiedere un impegno più incisivo da parte del governo per la liberazione dei due italiani, ricevendo delle rassicurazioni da Vincenzo Nigro, portavoce del ministro degli Esteri Antonio Tajani.Nonostante lo scarso rumore mediatico del caso, motivato forse dal fatto che l’arresto arbitrario degli attivisti non è stato perpetrato dalle forze israeliane, è palese l’imbarazzo del nostro governo, che è ormai un solido alleato di Haftar. Il generale dell’est d’altra parte ha una lunga tradizione di arresti e repressione nei confronti degli attivisti filopalestinesi. A ottobre dell’anno scorso, un’altra carovana diretta a Gaza era stata fermata sempre a Sirte, con decine di arresti. Il motivo della fermezza di Haftar è squisitamente politico. Il generale di Bengasi, così come i suoi figli, contano sull’aiuto di paesi che non vedono di buon occhio le flotille o le carovane dirette verso la Striscia. Si tratta degli Emirati Arabi Uniti, sponsor vitale per Haftar, ma anche dell’Egitto o dello stesso Israele. Nel novembre del 2021, il figlio del generale libico e attuale vicecomandante generale, Saddam Haftar, volò col suo aereo personale da Dubai, negli Emirati, all’aeroporto Ben-Gurion di Tel Aviv. I siti di tracciamento lo immortalarono per ben nove ore fermo sulla pista e Haaretz raccontò di un incontro tenuto con agenti del dipartimento Tevel del Mossad, quello che cura le relazioni con le reti clandestine e non statali all’estero. L’emittente panaraba New Arab riportò anche la notizia della vendita di un sistema di difesa antiaerea da parte di una compagnia israeliana a Haftar attraverso gli Emirati Arabi Uniti, nonché l’addestramento da parte di agenti del Mossad di alcuni reparti della Libia orientale. Anche l’Egitto ha poco interesse a concedere la via di passaggio agli attivisti filopalestinesi, considerati fonte di destabilizzazione a Gaza e nel Sinai. Più passa il tempo, più il caso dei due attivisti rischia di restare ostaggio delle “particolari” relazioni fra Italia e Libia, molto sensibili alle politiche dei ricati incrociati.
C’è un’altra flotilla per Gaza bloccata in Libia (forse per questo interessa meno)
Due attivisti italiani sono in carcere a Bengasi da oltre dieci giorni. Provavano a raggiungere Gaza ma Haftar non vede di buon grado le carovane filopalestinesi. I legami con Israele e gli Emirati Arabi Uniti














