Non lo hanno visto arrivare. L’exploit di Abelardo de la Espriella – avvocato penalista senza nessuna esperienza di governo, soprannominato ‘El Tigre’ – nel primo turno delle presidenziali in Colombia è stato accolto con scetticismo misto ad incredulità. L’outsider politico di estrema destra ha conquistato il 43,7% delle preferenze, laddove i sondaggi gli attribuivano tra il 25 e il 30%. Il 21 giugno sfiderà al ballottaggio Iván Cepeda, senatore di sinistra, dato per favorito e delfino del presidente uscente Gustavo Petro. Ammiratore di Donald Trump e Xavier Milei, de la Espriella ha promesso ai colombiani un ritorno “all’ordine pubblico”, un governo più snello e politiche a sostegno dei valori familiari tradizionali. In particolare, ha dichiarato che userà il “pugno di ferro” per sradicare la criminalità e costruire mega-prigioni, sulla scia di quanto fatto in El Salvador dal presidente Nayib Bukele. Anche per questo, nonostante sia raro che un’elezione colombiana venga letta come indicatore continentale, sul ballottaggio previsto il 21 giugno saranno puntati gli occhi di tutta l’America Latina: “L’esito del voto a Bogotà indicherà se le politiche progressiste continueranno o se ci sarà una svolta a destra” ha commentato il sociologo Juan Acevedo. Di certo, a 10 anni dalla firma dello storico patto di pace tra la Colombia e i guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), il voto nel paese è considerato un referendum sulle politiche di Petro.
L'America Latina vira a destra? | ISPI
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