Un mese fa, due soldati francesi di Unifil erano stati uccisi per le ferite riportate in un attacco compiuto sempre da Hezbollah. Tre peacekeeper indonesiani erano stati uccisi a fine marzo in un’esplosione sul ciglio della strada a Bani Hayyan, nel sud del Libano. Nel dicembre 2022, Hezbollah aveva ucciso il soldato irlandese Sean Rooney mentre era in missione di peacekeeping.Se fosse stato Israele a ucciderli, oggi vedremmo ben altre reazioni. L’Onu convocherebbe sedute d’emergenza, la stampa europea titolerebbe sulla “strage della pace”, l’Unione europea minaccerebbe sanzioni e il solito coro di intellettuali denuncerebbe “il crimine di guerra sionista”. La retorica dell’“interposizione imparziale” tra Libano e Israele invece si rivela, ancora una volta, una farsa tragica. I caschi blu, inviati con il nobile mandato della risoluzione 1701, sono diventati bersagli comodi per una milizia sciita armata fino ai denti, finanziata e diretta da Teheran, che usa il sud del Libano come piattaforma di lancio contro lo stato ebraico. Hezbollah non nasconde le sue intenzioni: distruggere Israele, esportare la rivoluzione islamica, mantenere il Libano ostaggio di una teocrazia terroristica. I peacekeeper, in questa equazione, sono poco più che fastidi statistici. Il doppio standard invece è la moneta corrente della geopolitica contemporanea: Israele è sempre colpevole a priori, anche quando difende la propria esistenza; i jihadisti sciiti sono invece “resistenti”, anche quando massacrano schiere di caschi blu.
L'uccisione di un casco blu non fa notizia se è Hezbollah a ucciderlo
Dopo l’ennesimo attacco di Hezbollah contro i peacekeeper Unifil, l’indignazione internazionale resta a geometria variabile: quando a colpire è la milizia filo-iraniana, le vittime scompaiono dal radar e la retorica dell’imparzialità Onu si rivela per ciò che è













