Il Garante della Privacy ha sanzionato l’Università di Bari con l’«ammonizione» per aver violato le norme in materia di protezione dei dati personali. È una piccola storia, ma istruttiva, che mostra come alle belle parole (la principale è «trasparenza») non facciano quasi mai seguito i fatti.
Nell’estate del 2025 chi scrive ha scoperto una storia che tutti conoscono, quella della dottoressa Carmela Fiorella, la laureata in economia che aveva falsificato (molto malamente) la pergamena di laurea per vincere un concorso sartoriale da dirigente in Aeroporti di Puglia. Il primo passaggio, subito dopo aver avuto la certezza della falsità del documento, è stata la richiesta all’Università di Bari di ottenere il titolo di studio originale che, nell’ordinamento italiano, ha valore legale.
L’Università ha opposto un diniego con ragioni a dire poco singolari, ragioni che ha poi dovuto ingoiare dopo l’intervento del ministero e un parere con cui il Garante ha spiegato l’ovvio: ovvero che la richiesta del giornalista era assolutamente motivata, e che quindi la necessità di tutelare la privacy – a fronte di un reato pacificamente ammesso dall’interessata – lascia il tempo che trova.
Eppure la stessa Università, così solerte nel proteggere la privacy di un reo confesso, ha fatto se possibile anche di peggio. Quando ha ricevuto la richiesta di accesso, ha infatti attivato – e non ce n’era alcun motivo, se non quello di perdere tempo – il procedimento di notifica al controinteressato. Ha cioè detto alla dottoressa Fiorella che qualcuno (chi scrive) aveva chiesto copia del documento. Ma non si è limitata a questo, come avrebbe dovuto. Ha infatti trasmesso alla Fiorella la copia fisica integrale del documento di richiesta, che conteneva una serie di elementi sensibili tra cui ad esempio l’indirizzo di residenza e il numero di cellulare del giornalista. Nei fatti, ha «avvertito» la Fiorella consegnandole ogni elemento.











