Laureato in Lettere moderne (con una tesi riguardante Flann O'Brien), ama visceralmente il mare, l'Irlanda e la poesia di Rainer Maria Rilke. Non riesce a scri…
Poche settimane fa, alludendo alla longevità dell’attuale governo, così si è espresso Massimo Giannini a «Dimartedì»: «Tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a cento, centodieci anni, ma [...] se passa gli ultimi venti anni della sua esistenza immobile, su una sedia a rotelle, a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto». Parole per le quali il noto giornalista e opinionista ha poi chiesto scusa ma che, inevitabilmente, hanno suscitato scalpore e amarezza. La stessa amarezza provata da Claudio Tombolini, presidente dell’associazione Disabili Bergamaschi, che, da anni, si batte affinché, nella nostra società, ci possa essere un’evoluzione culturale, affinché la disabilità non venga percepita come uno stigma e affinché le parole possano essere scelte con più cura e sensibilità. Lo abbiamo intervistato. F.R: Secondo lei, quelle di Massimo Giannini, sono solo le parole incaute di una persona che non possiede una disabilità o celano altro? C.T: Sono piuttosto indulgente nel dare giudizi e voglio credere, quindi, che quella di Giannini sia esclusivamente un’affermazione infelice, per la quale si sia poi pentito, causata dalla fretta e dalla frenesia dei tempi televisivi. Detto ciò, mi ha dato molto fastidio l’applauso del pubblico e l’indifferenza di Giovanni Floris e di Walter Veltroni, che, evidentemente, non hanno avvertito la necessità di riprendere e correggere il giornalista. F.R: Non trova che, pian pianino, nella nostra società, si stia diffondendo il pensiero per il quale la vita venga giudicata degna o non degna di essere vissuta in base alla sua efficienza e alla sua funzionalità? C.T: Sì, quel tipo di pensiero è sicuramente presente e cerchiamo di combatterlo tutti i giorni. Per sconfiggerlo definitivamente, però, serve un cambio di passo culturale. Si può far fronte alla disfunzionale percezione della disabilità, del resto, solo se l’ambiente che ci circonda ci mette nelle condizioni di poterlo fare.









