Fatoumata Diawara è seduta a un tavolino nella sala di un hotel vicino alla stazione Termini di Roma. È stanca, dice, perché negli ultimi giorni ha girato l’Europa tra concerti, interviste e partecipazione a programmi radio e tv. Eppure sorride. Dalle finestre arriva una luce abbastanza forte, perciò si mette gli occhiali da sole. “Ogni disco per me è un’occasione per fare un bilancio. È come se la mia vita fosse un libro. E stavolta ho voluto condividere con il mio pubblico il fatto che ho perso mio padre, che per me era anche un amico, e che sono diventata madre. Sono sospesa tra due estremi: la vita e la morte”, dice riferendosi a Massa, l’album uscito il 5 giugno, forse il più personale della sua carriera. Nel disco, prodotto dal musicista francese Mathieu Cheddid, rende omaggio al padre, Siné Bakary Diawara, e riflette su come ogni destino individuale, a partire dal suo, possa confrontarsi con i piccoli e grandi avvenimenti del mondo.
Il lavoro è aperto da Djanne, un brano costruito su chitarre funk che affronta il tema della migrazione. Nel pezzo Diawara si rivolge a un ragazzo che sta lasciando il suo paese, e lo invita a non dimenticare il padre, la madre, i fratelli e le sorelle. Per questo mi viene spontaneo chiederle se le capita spesso di pensare al Mali, il paese dov’è cresciuta dopo essere nata in Costa D’Avorio, e dal quale è andata via da giovane per sfuggire a un matrimonio combinato.












