Appuntamento nel suo quartiere, in una vietta chiusa al traffico ai limiti del ventesimo arrondissement di Parigi. Scambiamo un paio di battute, ravvivate da qualche raggio di sole. L’intervista di mezzogiorno si tramuta in un pranzo improvvisato al bistrot: hummus, accras, e uova sode alla maionese, uno degli antipasti simbolo della gastronomia francese. Victoria vive tra Lione e Parigi, non c’è da stupirsi che sia una buona forchetta. La connessione è stabilita. Ho l’impressione che sia un’amica che ritrovo dopo anni, in realtà è la prima volta che ci incontriamo. Che gli stomaci si aprano, e che la storia di Victoria Alexanyan abbia inizio.
Lei fa jazz, ma con una particolarità: lo arricchisce di melodie tradizionali armene, in un paesaggio acustico dove il suono diventa spazio di attraversamento tra culture e memorie. Basta ascoltare Vishap, la prima traccia del suo album d’esordio eponimo per rendersene conto: non è una semplice una questione di melodie. Densa, introspettiva, questa musica è frutto di una voce determinata. Quella di una trentenne cosciente della carica del messaggio che porta: «È a causa della società armena che sono partita. Volevo fare musica, ma a Yerevan era impossibile. Sentirmi bene, uscire la sera… non potevo perché sono una ragazza. Non avevo il diritto di portare jeans strappati, anche se andavano di moda. Il brano Vishap racconta proprio di tante donne che vivono in una società patriarcale, dentro di loro la vita si spegne poco a poco».








