Pubblicato il: 04/06/2026 – 7:56

«Da dieci giorni non avevamo notizie di quei lavoranti, né i raccoglitori, né i presunti caporali». Sono le parole di Rocco Zuccarella, fondatore dello stabilimento di Scanzano Jonico, in provincia di Matera, dove lavoravano, regolarmente assunti, tutti i protagonisti della strage avvenuta ad Amendolara, nel Cosentino, dai carnefici alle vittime. Secondo quanto raccontato dall’imprenditore, i braccianti avevano lavorato l’azienda, come raccoglitori di fragole, fino al 27 maggio. «Non ho idea di che cosa possa essere successo, noi paghiamo tutti i dipendenti, a partire dai raccoglitori, con un bonifico. Anche gli spostamenti per raggiungere i campi o le serre: bonifico o carta di credito prepagata. Consegniamo la busta paga il 15 del mese, ma non abbiamo mai trattato direttamente con loro», racconta l’imprenditore a Repubblica.Una gestione apparentemente impeccabile che si scontrava però con una realtà sommersa fatta di minacce e privazioni. Taj Mohammad Alamyar, uno dei sopravvissuti, ha svelato i ricatti subiti: «I pakistani mi dicevano che mi dovevo accontentare dell’alloggio e del cibo portato in serra, pane e patate».Le indagini della Procura di Castrovillari, guidate dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, cercano di fare luce su un sistema criminale che ha imparato a sfruttare le pieghe della burocrazia per nascondere la sopraffazione: «Stiamo lavorando sulla questione dello sfruttamento agricolo. Le indagini sono complesse, siamo in pochi e i cittadini non collaborano. La Calabria e la Lucania hanno un innegabile contesto di caporalato, di prevaricazione uomo su uomo. Il caporalato di oggi si è evoluto, può avvenire anche di fronte a situazioni regolarizzate. Dobbiamo ancora capire il movente e il contesto».