Nel dibattito pubblico italiano sulle politiche energetiche e ambientali emerge spesso un paradosso, che è anche quello segnalato ieri sul Foglio dal direttore Claudio Cerasa. Tutti dichiarano di voler contrastare il cambiamento climatico, ridurre le emissioni, abbassare il costo dell’energia per famiglie e imprese e garantire un futuro sostenibile alle nuove generazioni. Quando però si passa dagli obiettivi alle scelte concrete, troppo spesso prevalgono resistenze, veti, ricorsi e contrapposizioni ideologiche che finiscono per rallentare proprio quella transizione che tutti affermano di sostenere. Negli ultimi giorni autorevoli osservatori hanno posto l’accento su questa contraddizione. E’ stato ricordato, lo ha fatto ieri il Foglio, come l’Europa stia progressivamente togliendo alibi alla politica italiana, evidenziato come una certa forma di ambientalismo ideologico rischi di trasformarsi, paradossalmente, in un ostacolo per l’ambiente stesso. E’ una riflessione che merita attenzione. Perché oggi la vera distinzione non è tra chi è favorevole all’ambiente e chi non lo è. La vera distinzione è tra chi intende affrontare la transizione ecologica con pragmatismo, responsabilità e rigore scientifico e chi continua a leggerla attraverso categorie ideologiche che appartengono al passato. La transizione energetica non può essere né di destra né di sinistra. Non può essere materia di appartenenza politica. E’ una necessità nazionale. E’ una sfida che riguarda la competitività del sistema produttivo, la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, la qualità dell’aria nelle nostre città, la tutela del territorio e la capacità dell’Italia di rispettare gli impegni internazionali assunti sul clima.Per questo rivolgo un appello alle amministrazioni regionali e locali, ma anche alle forze politiche che siedono oggi all’opposizione. Su questi temi il confronto democratico è indispensabile e le differenze di visione sono legittime. Tuttavia, esiste un interesse superiore che deve guidare le nostre scelte: il bene del paese. I numeri parlano con chiarezza. Secondo le analisi più recenti, nel nostro paese risultano ancora bloccati progetti per circa 150 gigawatt di nuova capacità da fonti rinnovabili tra autorizzazioni pendenti, contenziosi amministrativi e opposizioni territoriali. Si tratta di una quantità enorme di energia pulita che potrebbe contribuire in modo decisivo al raggiungimento degli obiettivi climatici europei e nazionali. Allo stesso tempo, soltanto alcune regioni stanno rispettando pienamente il percorso di sviluppo delle fonti rinnovabili previsto dalla programmazione nazionale. Questo dato non deve essere letto come una graduatoria fra territori virtuosi e territori meno virtuosi. Deve invece rappresentare uno stimolo per tutti. La transizione energetica può avere successo soltanto se diventa una responsabilità condivisa. Comprendo le preoccupazioni delle comunità locali. Comprendo la necessità di tutelare il paesaggio, le specificità territoriali e le vocazioni economiche delle diverse aree del paese. Ma è proprio per questo che occorre governare i processi, non bloccarli. Programmare, non rinviare. Decidere, non rimandare. L’Italia ha bisogno di più energia pulita prodotta sul proprio territorio. Ha bisogno di accelerare sulla diffusione del fotovoltaico, dell’eolico, dell’idrogeno, dei sistemi di accumulo e delle reti intelligenti. Ha bisogno di rafforzare la propria indipendenza energetica riducendo progressivamente la dipendenza dalle fonti fossili importate. Le energie rinnovabili rappresentano uno strumento essenziale per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e al 2050. Ma rappresentano anche una straordinaria opportunità industriale, economica e occupazionale. Significa investimenti, innovazione, sviluppo tecnologico e maggiore competitività per le nostre imprese.Accanto alle rinnovabili, il governo sta costruendo una strategia energetica di lungo periodo che guarda anche alle tecnologie nucleari di nuova generazione. Il nuovo nucleare sostenibile, sicuro e innovativo non si pone in alternativa alle fonti rinnovabili. Al contrario, ne costituisce il complemento naturale all’interno di un mix energetico equilibrato, resiliente e in grado di garantire continuità di approvvigionamento. La sfida che abbiamo davanti non è scegliere tra rinnovabili e nucleare. La sfida è costruire un sistema energetico che sia contemporaneamente pulito, sicuro, competitivo e sostenibile. Un sistema capace di garantire energia a costi accessibili per famiglie e imprese, riducendo al contempo le emissioni e rafforzando l’autonomia strategica del paese. L’Italia dispone delle competenze scientifiche, delle capacità industriali e della qualità tecnologica necessarie per guidare questa trasformazione. Ciò che serve oggi è soprattutto una scelta culturale: abbandonare definitivamente la stagione dei no pregiudiziali e delle contrapposizioni ideologiche. L’ambiente non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di decisioni. Ha bisogno di ricerca, innovazione e investimenti. Ha bisogno di una politica che sappia guardare ai prossimi decenni e non ai prossimi sondaggi. Se sapremo percorrere questa strada con serietà e senso di responsabilità, l’Italia potrà raggiungere un traguardo che fino a pochi anni fa sembrava ambizioso: essere al tempo stesso una nazione decarbonizzata e una nazione sicura. Un paese più moderno, più competitivo e più forte. Un paese che sceglie il futuro.Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica
Pichetto Fratin propone un patto con le opposizioni sulle rinnovabili
Il ministro dell’Ambiente richiama regioni, enti locali e partiti a una responsabilità condivisa sulla sfida energetica. La necessità è accelerare gli investimenti e aprire al nucleare di nuova generazione per coniugare decarbonizzazione, sicurezza e competitività. È tempo di disarmare il conflitto








