Filippo Rigonat
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A plume of black smoke is seen over the port of St. Petersburg, Russia, Wednesday, June 3, 2026, after a Ukrainian drone attack. (AP Photo)
L’alba di mercoledì 3 giugno a San Pietroburgo doveva illuminare la giornata inaugurale dello Spief, il “Forum economico internazionale” organizzato con cadenza annuale dal governo russo. Dopo diversi anni, tornava allo Spief un rappresentante dell’Amministrazione statunitense, il capo della commissione belle arti Rodney Mims Cook Jr, e insieme a lui correvano a Mosca frotte di influencer Maga, una delegazione di alti funzionari del partito tedesco Afd e diversi imprenditori europei “dissidenti”, in maggioranza tedeschi. Più che essere un forum imprenditoriale, il Forum rispecchia un ridisegno delle alleanze e degli equilibri orbitanti attorno a Mosca, con Iran e Cina in prima fila, senza nascondere in alcun modo le quinte colonne europee del regime.
Per gli ospiti del Forum, non è stato un dolce risveglio. Attorno alle 5 della mattina di ieri, il cielo di San Pietroburgo è stato solcato da decine e decine di droni radiocomandati direttamente dal territorio ucraino. Immediatamente dopo, lontane esplosioni e nubi di fumo hanno svegliato i pietroburghesi. Internet bloccato, aeroporto di Pulkovo chiuso, allarmi antiaerei in tutta la regione. Di poco successiva, la rivendicazione del Presidente ucraino Zelensky su X: “Le nostre sanzioni a lungo termine hanno prodotto buoni risultati. Tra gli obiettivi il terminal petrolifero di Pietroburgo e una fabbrica di armi russe”. Le notizie da marcare immediatamente sono almeno due: l’Ucraina riesce a colpire la catena di rifornimento bellico oltre il raggio di mille chilometri dal fronte (per intenderci, sono nel raggio l’intero Caucaso, Kazan e il Kazakistan occidentale). La seconda: che la Russia non riesce a difendere neanche la sua seconda metropoli in una giornata segnata da mesi sui calendari.











