Il 3 giugno uno sciame di droni ucraini si è abbattuto su San Pietroburgo proprio in concomitanza con l’apertura del Forum Economico Internazionale (Spief), definito la “Davos russa” e usato dal Cremlino per mostrare una Russia non isolata e proiettata verso un nuovo ordine economico. Gli ospiti sono arrivati alla cerimonia inaugurale di mercoledì 4 sotto una coltre di fumo denso. Altri non sono riusciti a raggiungere la città in aereo dopo la chiusura temporanea dell’aeroporto di San Pietroburgo. Il contrasto è forte: lo Spief vuole comunicare normalizzazione e attrattività, ma la guerra resta il fattore che continua a condizionare sicurezza, infrastrutture e credibilità del modello russo.

Guerra ed economia sono intrecciate da tempo. Dopo le sanzioni seguite all’annessione della Crimea nel 2014, Mosca ha accelerato il pivot economico e politico verso l’Asia: nel maggio 2014 Russia e Cina firmarono un accordo sul gas da 400 miliardi di dollari, per 30 anni, ad un prezzo ritenuto molto favorevole per Pechino. Anche il successivo rafforzamento dei rapporti energetici con Pechino, culminato nel contratto trentennale del 2022, e l’approfondimento delle relazioni energetiche con l’India e i paesi del Golfo confermano che Mosca ha cercato mercati e finanziamenti fuori dall’Europa proprio mentre la frattura con l’Occidente si approfondiva. Tuttavia, l’idea che le sanzioni abbiano “fallito” perché la Russia non è stata isolata non appare del tutto accurata. La Russia ha certamente diversificato partner e rotte commerciali, ma il sistema economico che ne è emerso resta vulnerabile: crescita rallentata, inflazione elevata, tassi alti, carenza di manodopera e forte dipendenza da energia e spesa militare stanno erodendo la resilienza apparente. Le previsioni 2026 del Fondo Monetario Internazionale sono state riviste al ribasso indicando una crescita intorno allo 0,8%. La Russia di oggi presenta i segni di un’economia di guerra, ove il settore della difesa traina una crescita economica non sostenibile nel tempo, ed appare più vulnerabile ad attacchi ucraini di medio e largo raggio che colpiscono le infrastrutture energetiche, creando intoppi e costi rilevanti sulla catena della raffinazione, sulla logistica e sulla disponibilità di prodotti petroliferi. Anche il beneficio che la Russia sta traendo dalla chiusura dello stretto di Hormuz è temporaneo e non risolve i problemi strutturali di Mosca, che precedono la guerra contro l’Ucraina. L'economia russa era già scarsamente diversificata prima del 2022: la dipendenza dagli idrocarburi non è mai stata superata, e le sanzioni non hanno fatto che accelerarne l'erosione. Il pivot verso l'Asia non ha cambiato questa dipendenza strutturale. Mosca ha sostituito i fornitori europei con quelli cinesi, ma i termini della relazione sono tutti a favore di Pechino: la dipendenza russa dalla Cina per le tecnologie critiche ha raggiunto il 90%; la Russia rappresenta appena il 2,7% delle esportazioni cinesi, mentre la Cina copre il 36% delle importazioni russe. Più che diversificazione, è una nuova dipendenza, ma più profonda e più asimmetrica della precedente. A pesare non è solo la struttura produttiva, ma anche quella demografica: il tasso di natalità è ai minimi storici, Rosstat ha smesso di pubblicare i dati mensili su nascite e decessi. La guerra ha aggravato un quadro già critico: centinaia di migliaia di uomini tra i 30 e i 39 anni sono morti o rimasti feriti al fronte, mentre quasi un milione di russi, perlopiù giovani istruiti, ha lasciato il paese dal 2022. Una perdita di capitale umano che si riversa direttamente sulla capacità produttiva del paese. A questi nodi strutturali si sommano le pressioni congiunturali. L’inflazione resta elevata, la Banca Centrale è costretta a mantenere tassi proibitivi per contenerla, rendendo il credito inaccessibile per buona parte delle imprese civili. Il governo ha aumentato l’Iva dal 20% al 22% scaricando sui cittadini il costo della guerra per coprire un deficit in espansione. Le fabbriche faticano a trovare lavoratori, con un deficit stimato in oltre 2,5 milioni di unità destinato a crescere. L'inasprimento fiscale, il ricorso all'indebitamento interno e le riserve del fondo sovrano potrebbero permettere al governo di coprire le spese ancora per qualche anno. È nel lungo periodo, però, che il peso di queste scelte si farà sentire davvero. Finché la guerra continua, ogni narrazione di normalizzazione si scontra con una realtà fosca: l’economia è al servizio dello sforzo bellico e questo non può che gravare sul futuro del paese.*analista Ispi