Al Quirinale aspettano di leggere le carte del fascicolo Minetti prima di dire l’ultima parola. Sono arrivate ieri pomeriggio. Un faldone consistente, inviato dal ministero della giustizia. Sergio Mattarella vuole studiarle. A partire dai verbali dei testimoni sentiti dai carabinieri nell’inchiesta bis condotta dalla Procura generale di Milano. Poi, eventualmente, dirà la sua. Al momento siamo in una fase interlocutoria, dicevano in serata al Colle. Altro non è trapelato. Una prudenza inevitabile dopo le polemiche che la vicenda ha innescato, e che ha indotto il presidente della Repubblica a pretendere chiarezza.
L’affaire, che perdura ormai da più di un mese, del resto non ha precedenti. Pone questioni giuridiche inedite. La revoca della grazia è un fatto più unico che raro. C’è stato il caso di Graziano Mesina, a cui venne tolta nel 2016 dopo una nuova condanna. Ma era un’altra storia. Qui sarebbe la prima volta per le falsità di informazioni contenute nella richiesta di clemenza.
Qui tutto è nato da un’inchiesta giornalistica del Fatto. È il 25 aprile quando il caso esplode sul quotidiano diretto da Marco Travaglio con questo titolo: «Nicole Minetti gestiva il ranch con le squillo». Vi si sosteneva, con dovizia di particolari, che l’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi - condannata a 3 anni e 11 mesi di carcere, per favoreggiamento della prostituzione e peculato - non aveva affatto cambiato vita. Due mesi prima, il 18 febbraio, Sergio Mattarella, l’aveva graziata. Per metterla in condizione di seguire il figlio malato. L’aveva fatto dopo un’attenta valutazione degli elementi arrivati sul suo tavolo. E l’aveva fatto per un fatto umanitario. Solo che al momento della decisione la notizia non era stata resa pubblica, per difendere la privacy del minore coinvolto, com’è avvenuto in molti altri casi, in passato, è stata la spiegazione del Quirinale, quando è venuta fuori lo stesso. Era l’11 aprile. Uno scoop di Mi manda Rai3.















