Se i ricchi diventano più ricchi, e i poveri più poveri, cosa accadrà? La domanda è necessaria e drammatica, perché tutte le rivoluzioni partono da uno squilibrio insostenibile. E non sono mai graduali: a un certo punto, la gente non ce la fa più. E reagisce.C’è un luogo dove concentrare la nostra attenzione: gli Stati Uniti d’America, che restano — per ora — il laboratorio dell’Occidente. Il divario tra gli ultraricchi e il resto della popolazione ha raggiunto dimensioni mai viste. In un giorno il Ceo di una S&P 500 (le maggiori società quotate a Wall Street) guadagna quanto un suo impiegato in un anno. Gli Usa ospitano 1.135 billionaires, il cui patrimonio collettivo supera i 5.700 miliardi di dollari. In sostanza, un migliaio di individui controlla più ricchezza della metà degli americani più poveri, circa 170 milioni di persone.
La middle class, nel frattempo, perde terreno. Negli Usa le spese per beni essenziali — casa, sanità e istruzione — crescono a un ritmo tre volte superiore rispetto all’inflazione generale. Le agevolazioni per le grandi imprese e i grandi patrimoni hanno alleggerito la pressione fiscale sui capitali rispetto al lavoro dipendente, il boom di Wall Street ha arricchito solo chi possiede titoli e azioni. L’incomprensibile attacco militare all’Iran ha aumentato i prezzi, la frustrazione e l’ansia. E mentre in Europa, in fondo alla discesa, c’è una rete (assistenza sociale, sanità pubblica), negli Stati Uniti si apre il baratro.








