Il Comune di Bologna chiede ai privati cittadini di tinteggiare, almeno in parte a loro spese, i muri deturpati dai graffiti. Il ragionamento del sindaco Lepore non fa una grinza: muro privato, ripristino privato. Il ragionamento del cittadino si può invece riassumere in una battuta: cornuto e mazziato. Non solo, infatti, subisce le angherie dei writer, ma sarà pure costretto a pagare. Frustrazione aggravata dal fatto che, come ben sanno i bolognesi, il muro appena tinteggiato è una sorta di istigazione a delinquere, un invito al writer a imbrattarlo di nuovo. Il contributo chiesto dal Comune diventerebbe, così, una sorta di tassa occulta.

Un loop da cui è difficile uscire, se non con un cambio di mentalità. Se è vero, infatti, che la street art esiste, è altrettanto vero che coloro che deturpano con le bombolette i muri della città non sono artisti ma vandali. I problemi sono due. Il primo: i vandali non si reputano tali (e fin qui siamo nel campo imponderabile dell'alta concezione che ognuno ha di se stesso). Il secondo: c'è ritrosia, da parte della società, ad ammettere che il graffito è un sopruso (perfino quando è bello, cosa che capita di rado) se non è concordato con il proprietario del muro o non è realizzato in aree preposte in accordo con le istituzioni. Si teme di passare per poveri ignoranti, mentecatti da compatire, gentucola gretta che vuole soffocare la libera espressione artistica.