Per anni la crisi climatica è stata raccontata come un tema esclusivamente “ambientale”, quasi laterale rispetto all’economia, alla politica industriale, al lavoro, alla giustizia sociale. Una questione da summit internazionali, da giornate mondiali, da pannelli pieni di grafici mostrati mentre fuori il mondo continuava a funzionare esattamente come prima.
Nel frattempo, le estati diventavano invivibili, le alluvioni cancellavano territori in poche ore, la siccità divorava raccolti e riserve idriche, le assicurazioni iniziavano a fare i conti con l’insostenibilità del rischio climatico e intere comunità scoprivano cosa significa vivere dentro una crisi che non è più futura ma già presente.
"Catastrofisti” contro “pragmatici”
Eppure, nonostante tutto, il dibattito pubblico ha continuato troppo spesso a oscillare tra minimizzazione, propaganda e stanchezza. Come se la realtà potesse ancora essere trattata come opinione. Come se davanti a eventi estremi sempre più frequenti fosse ancora possibile rifugiarsi nella caricatura dei “catastrofisti” contro i “pragmatici”, degli ambientalisti contro l’economia, della scienza contro la “vita vera”. È probabilmente questo il dato più impressionante della lunga stagione del negazionismo climatico: non tanto l’ignorare i dati, quanto l’aver trasformato una crisi sistemica in una discussione ideologica da talk show. Gli eventi estremi sono sempre più frequenti








