La risoluzione approvata il 21 maggio dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Unga) segna un passaggio significativo nel riconoscimento della crisi climatica come questione giuridica, oltre che politica. A sostegno si sono espressi 141 Paesi, mentre 28 si sono astenuti e otto hanno votato contro, tra cui Stati Uniti, Israele, Russia, Arabia Saudita e Iran.
Il voto arriva a seguito del pronunciamento del 23 luglio 2025, quando la Corte internazionale di giustizia – principale organo giudiziario delle Nazioni Unite – aveva stabilito che l’inazione climatica può configurarsi come una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. Il parere, richiesto su impulso dell’isola del Pacifico Vanuatu, ha chiarito che strumenti come la Convenzione quadro sul clima, il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi impongono obblighi concreti agli Stati in materia di mitigazione, adattamento e cooperazione.
Con questa risoluzione, l’Assemblea consolida dunque un principio sempre più riconosciuto sul piano globale: il cambiamento climatico è una questione di giustizia e diritti umani su cui gravano precise responsabilità giuridiche. Il testo, che richiama le migliori evidenze scientifiche oggi a disposizione, fa riferimento agli impegni emersi nelle ultime conferenze sul clima: occorre triplicare la capacità delle energie rinnovabili, raddoppiare il tasso annuo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030 e avviare un’uscita dai combustibili fossili “giusta, ordinata ed equa”, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Nel mirino anche i sussidi alle fonti fossili, da eliminare rapidamente, insieme alla necessità di affrontare in modo strutturale il fenomeno della povertà energetica.






