È una di quelle storie che si fatica a raccontarle. Eppur si deve: per non dimenticare, per tentare - disperatamente - che non si ripetano.
Beatrice da Bordighera, due anni: oggi ci sorride dalle foto, deliziosa e tenera. È morta, ammazzata di botte. Tante, nei suoi 24 mesi di inferno. «Modalità atroci». «Intensità selvaggia». «Omissione di aiuti spietata». «Condotte abominevoli». «Indole crudele». «Trauma cranico violento». «Costretta a fumare una sigaretta». «Picchiata con calci, pugni, cinghie, cavi elettrici». Il calvario di questa piccolina è nel virgolettato che gli investigatori hanno rilasciato in conferenza stampa. E anche nei loro sguardi attoniti, increduli per ciò che hanno visto nelle foto dei lividi, dei capelli strappati, degli occhi pesti. Del video della bimba in lacrime con la sigaretta in bocca. Il Male assoluto: tutto registrato e conservato nel telefonino del compagno della madre.
Una frase su tutte ha accelerato le indagini (aggravando le ipotesi di reato nei confronti della madre e del compagno) da parte dei magistrati che si stanno occupando di Beatrice: «Non si poteva più aspettare». Vero. L’orrore di questa storia è inenarrabile: da non dormirci la notte. E da augurarsi che i mostri che l’hanno compiuto vadano a processo con una condanna di quelle, come si dice, in cui si butta la chiave.










