I fatti hanno la testa dura. E nel dibattito pubblico europeo emerge sempre di più la contrarietà alla proposta della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen di accelerare l’adesione della Ucraina nell'Unione europea, con la cosiddetta procedura “revenge enlargement“. La quale comporta l’accesso nel mercato unico e ai programmi di investimento prima di aver completato il programma di riforme previsto dai Trattati. Con la prima conseguenza di creare una asimmetria con i Paesi balcanici, che hanno siglato protocolli di adesione prima dell’Ucraina.

Ma cosa più pericolosa, quella di “importare“ nei confini europei lo stato di belligeranza con la Russia. A chi osserva che fra entrare nella Nato ed essere nella Ue sono due processi diversi, e che in questo secondo caso non scatta il contrattacco militare dell’art.5 della Nato, si deve ricordare che nei Trattati UE, all’art.42 comma 7, è scritto che a uno Stato membro attaccato si deve una solidarietà “con tutti i mezzi possibili”.

E per congelare l’ingresso ucraino vi sono altre importanti ragioni. La prima è che l’Ucraina sarebbe il Paese con la più grande superficie agricola e che rimanendo invariata la ripartizione del bilancio comunitario le spetterebbero 95 miliardi di euro, con una decurtazione di grande impatto su tutti gli altri paesi, Francia e Italia in primis. La seconda è nella ripartizione dei fondi di coesione. Con una popolazione di 38 milioni di abitanti e un pil inferiore alla media europea, diverrebbe il principale destinatario di questi fondi, oltre che consoliderebbe lo spostamento ad est in danno dei Paesi mediterranei. A meno che non ci si illuda che i paesi frugali non rovescino le loro posizioni e accettino l’incremento di risorse nazionali a favore del bilancio UE.