MESTRE (VENEZIA) - «Non chiamatemi cervello in fuga». Non gradisce l'espressione, ma la sua storia ne è emblematica. A 35 lascia Mestre e si trasferisce negli Stati Uniti dove intraprende una prestigiosa carriera da chirurgo specializzato nella Neurointerventistica. Una scalata velocissima tra giornate lavorative trascorse in sala operatoria al fianco di grandi chirurghi e guadagni mensili pari a quanto un collega italiano prende in un anno. Eppure non sono state le ricche retribuzioni a spingerlo oltreoceano, «non sapevo si guadagnasse così tanto» ammette candidamente. È partito un po' per mettersi alla prova e un po' per ambizione «perché negli Stati Uniti c'è un ambiente dinamico, ti portano ad un livello altissimo di preparazione e se ottieni risultati ti valorizzano». Ora sono trascorsi sette dal suo esordio in America e ritiene che sia giunto il tempo di restituire un po' di quello che l'Italia gli ha dato nei suoi anni di formazione.

IL CHIRURGO Emanuele Orrù, 42 anni, veneziano trapiantato a Mestre, una laurea in Medicina e Chirurgia all'università di Padova nel 2008 con 110 discutendo una tesi in cardiochirurgia pediatrica e una specializzazione in radiodiagnostica con 70 e lode, propedeutica per poter poi occuparsi di Neuroradiologia Interventistica. Dopo una formazione in Veneto, giunto negli Usa ha convertito i propri titoli di studio, si è ulteriormente specializzato e da allora lavora al Lahey Hospital and Medical Center di Burlington, in Massachusetts, un ospedale a 25 chilometri da Boston di cui è stato per due anni direttore. Ma siccome le radici italiane non si estirpano ora è responsabile della sezione medici dell'Issnaf (Italian scientists and scholars in North America foundation) una realtà che raccoglie tutti gli scienziati, ingegneri, biologi, medici italiani del Nord America.«Nel dirigere il gruppo dei medici desidero creare un ponte con l'Italia» spiega Orrù in questi giorni a Mestre, dove vivono i genitori, prima di andare a Parigi a tenere una relazione su un dispositivo per trattare l'aneurisma celebrale. «Vorrei creare relazioni con i medici e i centri italiani per instaurare relazioni bilaterali di scambio e collaborazioni- spiega - non voglio incoraggiare i medici alla fuga dall'Italia, ma lavorare assieme per il raggiungimento di obiettivi nel settore della sanità».Un'idea, quella di creare una sottosezione dedicata alla medicina all'interno della famosa fondazione americana, nata nel 2025 e che ora sta raccogliendo i primi risultati. Orrù ha già organizzato un webinar che «è andato molto bene ed è stato seguito da molti colleghi italiani» e ne ha in programma un secondo con ospiti la chirurga padovana Gaia Spolverato, la più giovane primaria d'Italia e la ginecologa Monica Longo. Entrambe con importanti esperienze in America e ora operative in Italia. «Perché il senso di questa iniziativa è creare collegamenti attraverso esposizioni chiare che possano rappresentare una grande opportunità di cooperazione» spiega Orrù che lavora in uno dei centri più importanti degli Stati Uniti per la cura della Ipotensione indocranica.LA NOSTALGIA La spinta ad andarsene sette anni la giustificava: «In Italia finita la specializzazione non sai fare quasi nulla e se ti va bene inizi ad entrare in sala operatoria a 45 anni, negli Stati Uniti, invece, un neo specializzato sa già fare l'85% degli interventi e diventa operativo da subito». Adesso però non disdegnerebbe di tornare a lavorare in Italia, ma dipende dalle condizioni. «Rientrare a casa, rispetto a sette anni quando sono partito, è emotivamente più coinvolgente, perché andare lontano dalla famiglia è complicato e ora lo è ancor di più perché le persone invecchiano». E a chi gli chiede se si sente senza casa, in riferimento alla sua scelta professionale, lui rovescia la prospettiva: «Io mi sento uno con più case».