Uno spunto provocatorio di riflessione del direttore Rocco Valenti per tutte le numerosissime anime belle che stanno intervenendo dopo l’orrore di Amendolara

«I titolari di aziende agricole che impiegano lavoratori, stagionali o non stagionali, al di fuori dei contratti collettivi di qualsiasi livello in vigore o delegando la gestione dei rapporti di lavoro a intermediari che non rientrano nelle casistiche previste dalla legge, sono puniti con la pena della reclusione da 8 a 20 anni». Sufficiente? Tranquilli, questa norma, ovviamente, non esiste. È solo uno spunto provocatorio di riflessione per tutte le numerosissime anime belle che stanno intervenendo dopo l’orrore di Amendolara.

Sì, Amendolara, signor Sindaco, perché di fronte a quello scempio che sarebbe potuto accadere in qualsiasi altro posto, in Calabria come altrove, forse non era necessario esprimere, oltre al dolore e al cordoglio dell’intera comunità per le quattro vittime, il «rammarico che Amendolara venga coinvolta in un grave fatto di cronaca senza averne alcuna responsabilità». Amendolara, bella località sullo splendido Jonio cosentino. E chi lo mette in dubbio? Peraltro, nel caso specifico Amendolara non c’entra niente. Il “caporalato” (anzi, caporalato senza virgolette perché tanto è fenomeno vecchio e noto) è questione che riguarda – per restare a noi – tutta la Calabria, dallo Jonio al Tirreno, dalle province di Cosenza e Crotone a quelle di Catanzaro, Reggio, Vibo.Ed è questione, ovviamente, che riguarda solo chi non si attiene alle regole, perché ci sono molti imprenditori che le rispettano, per fortuna. Nella Piana di Sibari come in quella di Gioia Tauro.Il discorso, dunque, va ben al di là dell’episodio. Siamo tutti belli. La Calabria, come l’Italia, è bellissima, popolata da gente bellissima. Brava gente, insomma. Ma non tutti. Perché del caporalato non si nutrono certo gli imprenditori del Pakistan.