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C’è qualcosa di insolito in quello che sta accadendo tra l'attuale gruppo dirigente della Lazio e i suoi tifosi che meriterebbe un'attenzione più ampia, non solo mediatica. Non la contestazione in sé, che nel calcio e nello sport in generale è quasi fisiologica, ma la sua natura. Il rapporto tra i tifosi e il presidente Claudio Lotito è ai minimi storici, e non si tratta di una minoranza rumorosa che sfoga la frustrazione post-partita. Si tratta di famiglie intere. Padri, figli, nonni. Bambine e bambini. La stragrande maggioranza abbonati che hanno rinunciato a biglietti già acquistati in estate, perdendo soldi propri, pur di mandare un segnale. Settimane di diserzione, con appena tremila-quattromila presenze nelle partite casalinghe. Una protesta silenziosa e costosa, che ha il peso specifico di una scelta meditata.
Le risposte della società non hanno aiutato a ricucire. Alla domanda sulla possibilità di fare pace con il popolo laziale, Lotito ha respinto l'idea stessa di un conflitto, salvo poi osservare che forse a Roma i tifosi non ci sono, ma nel mondo sì, anche in Cina. Il messaggio del presidente è netto: i tifosi non sanno aspettare, ma lui resiste e si riparte. Parole che, nella migliore delle ipotesi, fotografano una distanza siderale. Nella peggiore, l'alimentano.






