Hanno sfilato in decine di migliaia per le strade di Tirana ieri, per il terzo pomeriggio consecutivo di protesta. Cittadine e cittadini di tutte le età, ma il colpo d’occhio restituisce una netta prevalenza di giovani. Cartelli autoprodotti e nessun simbolo di partito, anche se gruppi politici, collettivi e associazioni hanno sostenuto la mobilitazione. Un coro più persistente degli altri, fatto di una sola parola ripetuta come un mantra: «Shqipëri», Albania.

Una protesta spontanea e trasversale che è arrivata fin sotto il Palazzo del Primo ministro Edi Rama con la richiesta di fermare l’ennesimo progetto edilizio a fini turistici, che mira a costruire in una delle riserve naturali più importanti del Paese.

L’origine di questo movimento è da cercare a sud, nell’area del delta del fiume Vjosa. Qui, tra boschi incontaminati, fenicotteri rosa e spiagge di sabbia chiara, sono comparse, nella notte del 30 aprile, reti di recinzione, ruspe e grovigli di filo spinato.

È la laguna di Narta, pochi chilometri a nord di Valona, un territorio che gode dello status di area protetta.

Il parco naturale sta per essere trasformato in un cantiere dove dovrebbero sorgere strutture ricettive di extralusso, finanziate da fondi di investimento dalla provenienza opaca ma riconducibili agli interessi nell’area dell’affarista americano e genero di Trump, Jared Kushner, che nei Balcani tesse relazioni a suon di mattoni.