Cinquant’anni fa quella del 2 Giugno era una parata rituale a contestare la quale c’erano solo gli antimilitaristi radicali di Marco Pannella e qualche piccolo gruppo di pacifisti. Poi per decenni quell’esibizione della nostra potenza militare fu soppressa. Finché, all’inizio del suo settennato, l’ha riportata in vita Carlo Azeglio Ciampi ma nelle forme attuali ad un tempo patriottiche, festose e prive di muscolarità. Anche se non può sfuggire il significato del fatto che reparti in divisa e non sfilino inquadrati e rivolgendo il saluto militare al capo dello Stato. Ci si potrebbe domandare: cosa c’entra una parata con la ricorrenza del giorno in cui l’Italia decise di darsi una forma repubblicana?
Il significato è chiaro: una volta scelta la Repubblica, dobbiamo essere pronti, oggi come allora, a difenderla. In qualsiasi momento. Armi in pugno se necessario. E lo stesso discorso dovrà valere per la seconda Patria a cui abbiamo liberamente deciso di appartenere: l’Europa.Domenica scorsa, in un’intervista a Paola Di Caro pubblicata su questo giornale, Guido Crosetto, ministro della Difesa (o, come lui preferirebbe si dicesse, «ministro della difesa della Pace») ha raccontato che anche nel suo schieramento c’è chi non capisce o non vuole capire quanto sia importante rispettare l’impegno preso dai Paesi aderenti alla Nato ad alzare fino al 3,5% del Pil per le spese militari.Un impegno, ha precisato, che, al di là delle congiunture economiche, sarebbe giusto e «prudente» tenere nella doverosa considerazione. «Prudente», si badi bene. Prudente «per noi», ha specificato il ministro, «non per loro», gli altri Paesi. Del resto, si è domandato Crosetto, se gli altri Paesi europei (eccezion fatta per pochi casi) lo stanno facendo, «è possibile che siano tutti pazzi?».











