Mattarella: «Costituzione nostra casa comune»

Il significato del 2 giugno (e la fortuna di avere Mattarella)(di Gianluca Mercuri) Ottant'anni fa nascevano la Repubblica e la democrazia italiane. Basterebbe questo binomio per considerare il 2 giugno 1946 il giorno più importante della storia d'Italia. A giustificare l'enfasi, e a rafforzarla senza timori, si può serenamente aggiungere che quel giorno rinacque la patria. Un frutto concepito con la Liberazione dal fascismo, ma che per maturare aveva bisogno di quel passaggio decisivo, la grande rivincita di Giuseppe Mazzini e della sua utopia ottocentesca.La patria era morta, secondo la vulgata storica più diffusa, l'8 settembre del '43, con l'armistizio e la fuga vergognosa del re e di Badoglio. Un'interpretazione estensiva del concetto di morte della patria non può che collocarla però al 28 ottobre del '22, quando monarchia ed esercito si erano consegnati a una banda di criminali facilmente sgominabile, e così avevano dato inizio alla dissoluzione morale dello Stato, preludio di quella fisica. Per questo che la democrazia si abbinasse alla Repubblica non era un dettaglio. E infatti non era per niente scontato che succedesse. La Repubblica vinse con 12.717.923 voti (il 54,2%), contro 10.719.284 voti per la monarchia (45,8%). L'esito fu contestato, e soltanto il 18 giugno la Corte di Cassazione proclamò i risultati definitivi del referendum.Il Paese era spaccato in due, perché la monarchia aveva - nonostante tutto - un radicamento forte, il Vaticano la preferiva, De Gasperi aveva lasciato libertà di scelta (e così evitò che i voti monarchici andassero tutti a destra e la Democrazia cristiana si insediò all'Assemblea Costituente come primo partito, ponendo le basi della sua lunga egemonia). In quel giorno fatale, oltre a votare liberamente per i partiti, il popolo poté votare per intero, anche le donne. La patria rinata era finalmente la patria di tutte e di tutti.Un Paese diviso nel voto dunque, ma unito dal voto.Prendiamo la foto simbolo, che vedete in fondo a questo testo. La ragazza che sfonda con la testa la prima pagina del Corriere della Sera del 6 giugno, 4 giorni dopo il voto: il più bel buco mai preso da un giornale (nel gergo del nostro lavoro, il buco è la cosa peggiore che possa capitare, una notizia che hanno i concorrenti ma non tu). Lei si chiamava Anna Iberti, aveva 24 anni, era un'impiegata dell'Avanti, il giornale socialista, e quel giorno, mentre sulla terrazza del Palazzo della Stampa di piazza Cavour, a Milano, si sottoponeva per 41 volte agli scatti di un fotografo ostinato, sapeva solo che sarebbe finita sulla copertina del settimanale Tempo, non che il suo sorriso meraviglioso l'avrebbe trasformata nell'icona della Repubblica.Lui, il fotografo ostinato, si chiamava Federico Patellani e nelle settimane precedenti aveva fatto un'altra foto candidata all'iconico: quella con il principe Umberto, la principessa Maria Josè e i figli sorridenti nei giardini del Quirinale, che campeggiava sui manifesti con la scritta «votate per la monarchia». Federico Patellani era monarchico, ma si prese un posto nella storia con l'intuito dei grandi (i 41 scatti della sua Leica ad Anna Iberti sono visibili al Munaf, il Museo Nazionale di Fotografia di Cinisello Balsamo).Per fortuna, al Quirinale oggi non ci sono i discendenti dei Savoia ma Sergio Mattarella, successore di Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e sé stesso, essendo stato eletto due volte.​​Che avere Mattarella sia una fortuna, il capo dello Stato lo confermerà stasera, con la festa che ha voluto, per la prima volta, fuori dal palazzo dei papi, dei re e dei presidenti, e a cui tutti potremo assistere in diretta tv, su Rai1, dalle 21,15: «Nel titolo, "I volti della Repubblica", c'è l'impronta che Mattarella ha voluto dare a questo 2 Giugno: una festa "di popolo", dove ogni cittadina e cittadino possa sentirsi protagonista», scrive Monica Guerzoni.Ma già ieri Mattarella ha avviato le celebrazioni con due appuntamenti perfetti. Nel primo, proprio nei Giardini in cui Patellani aveva immortalato principi e principini, il presidente ha ospitato 1.500 anziani e disabili, in rappresentanza delle categorie fragili della popolazione. E si è commosso abbracciando Sofia, la bambina di 8 anni, malata di cancro, che aveva già emozionato l'Italia tendendo la mano a Sinner agli Internazionali di tennis.​​Poi Mattarella ha ricevuto il corpo diplomatico e lì ha parlato di guerre. In effetti sarebbe impossibile celebrare la Repubblica, e la rinascita della patria, senza ricordare che il suo assassinio era stato completato nel '35 e nel '40, trascinandola nelle guerre. Ecco dunque il riferimento del presidente all'articolo 11 della Costituzione: «Il ripudio della guerra per regolare vertenze internazionali - irreversibile cambio di prospettiva rispetto al fascismo - e la scelta di condividere sovranità con altri popoli, in condizione di parità, per dar vita a un ordinamento che potesse assicurare convivenza pacifica ed eguaglianza fra gli Stati». Sì, Mattarella ha ribadito come siano essenziali, l'Europa, l'Alleanza atlantica, l'Onu, e «l'azione delle Corti internazionali, presidio indispensabile di una civiltà fondata sul presupposto che, anche nelle relazioni fra Stati, a prevalere debba essere la forza della legge e non la prepotenza della forza delle armi».​​(Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Prima Ora, la newsletter che il Corriere riserva ai suoi abbonati. Per riceverla basta iscriversi a Il Punto, e lo si può fare qui)