Riusciranno i democratici americani nella straordinaria impresa suicida di perdere il controllo dello stato più vasto, ricco e popoloso del paese, la California, per affidarlo a Donald Trump proprio nel momento in cui sperano di strappargli il Congresso e domani, chissà, anche la Casa Bianca? E’ l’interrogativo con cui l’America si confronta oggi, in un martedì elettorale che ha sul menu, come piatto principale, le primarie in California per nominare i due sfidanti che a novembre si contenderanno il posto del governatore Gavin Newsom, ormai lanciato verso la campagna presidenziale del 2028. Newsom non può essere rieletto e ha altre ambizioni, ma alle sue spalle, tra i democratici, non è emerso nessuno nell’ultimo anno che abbia la sua statura e visibilità. Si attendeva una discesa in campo dell’ex vicepresidente Kamala Harris, la candidata ideale alla successione di Newsom, ma l’ex sfidante di Trump si è sfilata, probabilmente per tenere aperta la porta a un altro tentativo presidenziale nel 2028. L’alternativa possibile era sembrato il senatore Alex Padilla, una figura popolare e con una forte connotazione anti Trump, ma anche lui ha declinato. Sono stati sondati vari altri esponenti del partito, ma nessuno di quelli con il maggior potenziale si è detto disponibile. Alla fine i democratici avevano puntato sul deputato Eric Swalwell, che sembrava avere tutti i numeri per farcela. Ma un mese fa è stato costretto a rinunciare alla corsa per uno scandalo sessuale.Il risultato è che oggi i californiani alle urne troveranno una scheda con due repubblicani e sessanta candidati democratici o indipendenti, quasi tutti nomi sconosciuti, alcuni assolutamente bizzarri: tra questi, un tizio che si chiama Barack D. Obama Shaw, qualche sceriffo di contee sperdute, un chiropratico. Uno di loro a novembre diventerà il governatore incaricato di guidare uno stato con un pil da 4,2 trilioni di dollari, che da solo rappresenta la quinta potenza mondiale dopo il Giappone.Il problema per i democratici, oltre all’assenza di un candidato forte, è il singolare sistema elettorale delle primarie in California. Qui vincono e si sfidano a novembre i due candidati che oggi prenderanno più voti, a prescindere dal partito, a differenza del resto dell’America dove ci sono primarie separate per repubblicani e democratici. Se uno dei due è un democratico, ha praticamente la vittoria in tasca vista la maggioranza di elettori democratici a novembre. Se sono due democratici – è successo spesso – se la giocano nelle elezioni generali. Ma stavolta, vista la frammentazione estrema dei democratici, potrebbero anche spuntare due repubblicani e riportare quindi la California sotto il controllo del partito di Trump, quindici anni dopo la fine dei due mandati di Arnold Schwarzenegger, l’ultimo governatore dei repubblicani. Improbabile ma non impossibile: lo sapremo domani, se il voto per corrispondenza non farà slittare, come in passato, la proclamazione dei risultati in California.I repubblicani hanno candidato Chad Bianco, sceriffo della contea di Riverside, e soprattutto un personaggio insolito, l’inglese Steve Hilton, oggi commentatore di Fox News trapiantato in California dopo essere stato in passato lo stratega (scalzo) di David Cameron a Downing Street. Hilton è un trumpiano di ferro e questo potrebbe, paradossalmente, costargli caro. Perché il presidente non ha resistito nei giorni scorsi alla tentazione di scendere in campo, appoggiarlo e farlo diventare il “suo” candidato in California. Potrebbe essere stato un regalo ai democratici, perché la strategia politica più saggia sarebbe stata quella di lasciare che Hilton e Bianco si dividessero i voti dei repubblicani per tentare di arrivare primo e secondo, approfittando della frammentazione degli avversari. Ma Trump, si sa, vuole sempre mettere il proprio brand sul vincitore.Ora tutto dipende dalla capacità di uno dei sessanta democratici di arrivare tra i primi due e restituire quindi al partito di Newsom la possibilità di vincere a novembre. I più quotati, secondo i sondaggi, sono Xavier Becerra, figlio di immigrati messicani, uno dei pochi politici noti rimasti in corsa, ex ministro della Sanità nell’Amministrazione Biden; Matt Mahan, sindaco di San Jose; e Tom Steyer, un miliardario filantropo e attivista ambientale, già protagonista di una fallimentare campagna presidenziale nel 2020.