Centri di deportazione fuori dall’Ue, ampi poteri di perquisizione e tempi di detenzione prolungati fino a un massimo di due anni e mezzo per chi non ha diritto a restare, comprese le famiglie con bambini. C’è l’accordo politico fra i governi dell’Unione e l’Europarlamento sull’attuazione della linea dura in materia di rimpatri delle persone migranti, l’ultimo tassello mancante alla complessiva riforma del diritto d’asilo contenuta nel Patto sulla migrazione, pacchetto che inizierà ad applicarsi pienamente il 12 giugno prossimo.La quadra - simbolo di un’Europa “fortezza” che ai modelli di accoglienza e solidarietà contrappone repressione ed espulsioni - è arrivata a Bruxelles nella tarda serata di lunedì 1° giugno, nel cosiddetto “trilogo”, il formato negoziale che riunisce Parlamento, Consiglio e Commissione. I popolari del Ppe, la principale forza dell’emiciclo, hanno costruito il sostegno parlamentare alla stretta di sponda con i gruppi della destra radicale (conservatori, patrioti e sovranisti), bypassando la consueta convergenza al centro con socialdemocratici e liberali. A segnalare il mutato clima politico, non è un caso che tra le primissime formazioni nazionali a esultare sia stata la Lega. Incassata l’intesa di massima, perché diventi legge il regolamento dovrà essere approvato a stretto giro sia dal Consiglio sia dal Parlamento, due passaggi ampiamente formali che non dovrebbero riservare sorprese. Le trattative sono state piuttosto rapide, a conferma della convergenza tra le istituzioni in fatto di rimpatri, e questo benché secondo i dati di Frontex, l’agenzia Ue della guardia costiera e di frontiera, nel 2025 abbiano registrato un calo del 26% degli arrivi irregolari, il livello più basso dal 2021. Se sui contorni della stretta, le posizioni di governi ed Europarlamento sono apparse simili sin dall’inizio (con un inedito inasprimento ad opera degli eurodeputati), da definire era rimasto essenzialmente il tema dell’entrata in vigore del regolamento. Alla fine, la gran parte delle disposizioni (inclusa la possibilità giuridica per gli Stati Ue di aprire centri di rimpatrio fuori dai confini dell’Unione) saranno applicate all’indomani della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, mentre quelle che richiedono un adeguamento delle leggi nazionali attenderanno un anno. Più nel dettaglio, il nuovo sistema prevede l’obbligo, per chi riceve una decisione di espulsione, di cooperare con le autorità. Per chi non dovesse farlo - oltre alla riduzione delle indennità e alla rimozione degli incentivi per il rimpatrio volontario -, i termini di detenzione sono aumentati dagli attuali 18 mesi fino a un massimo di 24 (con l’eventualità di prorogarli in casi giustificati di altri sei, a 30), e vengono estesi ai minori, compresi quelli non accompagnati, sebbene il testo di compromesso insista sulla necessità di ridurre il tempo di detenzione al minimo possibile. Si introducono, poi, nuovi e più pervasivi poteri d’indagine in capo alle autorità nazionali, incluse perquisizioni domestiche, oltre a deroghe su alcune garanzie, ad esempio sull’appello o sul patrocinio gratuito. Disposizioni più severe valgono per i migranti ritenuti un pericolo per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico: per loro, gli Stati possono imporre divieti d’ingresso anche permanenti. Il regolamento prevede, poi, la creazione di un ordine europeo di rimpatrio chiamato a facilitare il riconoscimento reciproco delle decisioni: tra i punti più controversi della riforma per via delle resistenze dei governi, per il momento rimane volontario. Della sua obbligatorietà si tornerà a parlare tra due anni.Un'imbarcazione carica di migranti arriva al porto di La Restinga, sull'isola El Hierro, alle Canarie /ANSAIl commissario agli Affari interni e alla Migrazione Magnus Brunner, che aveva presentato la proposta di regolamento poco più di un anno fa, ha salutato l’accordo come «un passo molto importante per mostrare che abbiamo il controllo su chi entra e su chi deve lasciare l’Ue», come «ci hanno chiesto i cittadini». Brunner ha più volte lamentato un ridotto tasso di efficacia dei rimpatri (circa il 28% nel 2025) e fatto appello alla «responsabilità globale che coinvolge altri Paesi sicuri in tutto il mondo».Adesso «bisognerà lavorare sulla “diplomazia migratoria”, insieme ai Paesi terzi», ha aggiunto con riferimento ai negoziati da intavolare con gli Stati extra-Ue, che perlomeno sulla carta dovrebbero garantire il rispetto dei diritti fondamentali, per definire i dettagli operativi dell’apertura dei cosiddetti hub di rimpatrio. Se fino ad oggi le persone migranti potevano essere trasferite solo nel proprio Paese d’origine o in uno con cui avessero un legame comprovato, tale requisito viene adesso rimosso, aprendo a un’espulsione verso una realtà con cui non esiste alcun nesso: ciò varrà pure per le famiglie con bambini, ma non per i minori non accompagnati.La concreta possibilità di aprire questi centri di deportazione costituisce una delle principali “soluzioni innovative” sulla gestione del fenomeno migratorio che hanno popolato il dibattito Ue dopo le elezioni europee del 2024, spinte in particolare dall’asse bipartisan guidato da Italia, Danimarca e Paesi Bassi. Per Roma, il modello di riferimento è - per alcuni aspetti - il protocollo sottoscritto con l’Albania, ma anche Copenaghen, Vienna, Atene, L’Aia e Berlino stanno valutando simili intese per trasferire fuori dal loro territorio le persone destinatarie di un decreto di espulsione. Spagna e Francia sono stati tra i governi più freddi sull’ipotesi. Per Picum, l’Europa «sta costruendo il proprio modello “Ice”», un riferimento alla repressione delle persone migranti vista negli Stati Uniti con l’amministrazione Trump. Secondo Silvia Carta, advocacy officer della piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti irregolari con sede a Bruxelles, la riforma «esporrà centinaia di migliaia di persone a danni e violenza, dalla possibilità di esser chiusi in centri di detenzione fino a 30 mesi a quella di vedere famiglie smembrate o essere mandati in Paesi che neppure conoscono».
Che cosa prevede la stretta dell'Ue sui rimpatri dei migranti
Intesa in serata ieri tra Consiglio e Parlamento, ora manca l'ultimo via libera. Ci sono l'obbligo di cooperare con le autorità, pene più severe per chi si oppone, il via libera ai centri in Paesi Terzi













