PADOVA - Un patrimonio da cento milioni, una lunga vicenda legale e adesso ecco il punto finale. La battaglia sull’eredità della famiglia Sgaravatti - colosso del florovivaismo partito da Padova per conquistare il mondo - arriva alla conclusione. Il gip Claudio Marassi ha accolto la richiesta del pm Sergio Dini disponendo l’archiviazione del fascicolo che vedeva indagati due coniugi padovani per circonvenzione d’incapace e ricettazione. Dopo tre anni e mezzo (l’inchiesta era stata aperta dalla procura di Padova nel 2022 per poi passare sui tavoli di più magistrati) ora il caso è considerato chiuso, almeno dal punto di vista penale.

La vicenda Tutto ruotava attorno alle condizioni di salute dell’anziana vedova Sgaravatti nei suoi ultimi mesi di vita. Era talmente compromessa da impedirle di scrivere lucidamente un testamento? No, non c’è alcuna certezza a riguardo. Per il giudice ci troviamo di fronte a «valutazioni medico-legali e testimonianze contrastanti circa la sfera volitiva e intellettiva» della donna. Non sono inoltre emerse «prove adeguate a dimostrare condotte di approfittamento» da parte di marito e moglie indagati. Tre diversi avvocati negli ultimi mesi si sono opposti alla richiesta di archiviazione (per conto di un ex lavoratore degli Sgaravatti e di tre cugine dell’anziana vedova) ma il gip non ha avuto dubbi. La vicenda penale si chiude anche se adesso si profila una nuova causa civile.Giardini per tutti Parliamo di una famiglia padovana molto nota per i propri interessi in tutto il Veneto. Gli Sgaravatti legano il proprio nome ad un'azienda in grado di espandersi ovunque tra gli anni Cinquanta e Ottanta ornando le sedi ministeriali e creando giardini per tutti, da Berlusconi agli emiri. Nella casa di Prato della Valle arrivavano ogni anno i biglietti di auguri firmati da Giuseppe Saragat e Giulio Andreotti, giusto per rendere l'idea. La battaglia legale riguarda il ramo d’azienda di Alberto Sgaravatti, morto nel 2019 a 91 anni lasciando alla moglie Renata Cappellato l’intero patrimonio stimato in 100 milioni di euro. La vedova Sgaravatti se n’è andata poco dopo, nel 2020, a 75 anni. Non aveva figli e prima di morire ha scritto due testamenti a distanza di un anno. Quale fa fede? L’inchiesta ha dovuto rispondere a questa domanda. La ricostruzione dei fatti comincia l’11 ottobre 2019 con il primo atto in cui Renata Cappellato Sgaravatti decide di destinare il patrimonio a due ex dipendenti. Poi si passa al 20 ottobre 2020 quando la vedova firma un nuovo testamento lasciando le sue proprietà ad una donna padovana, moglie di un avvocato. Passa poco più di un mese e il 3 dicembre 2020 la vedova Sgaravatti conferisce all'avvocato padovano, marito della futura erede, tutti i poteri per amministrare il suo conto corrente. Si arriva così al 19 dicembre quando l’anziana vedova, gravemente malata, muore. Il 28 dicembre lo stesso avvocato si presenta da un notaio per depositare il testamento scritto a mano e intestato alla moglie.L'esposto Per legge vale solamente l’ultimo testamento ma un ex dipendente - beneficiario del primo atto - non ci sta e si rivolge alla Procura: «Quando la signora ha firmato quell'ultimo testamento non era più lucida mentalmente. I due coniugi si sono presi gioco di lei per avere tutto». Non è l’unico a farsi sentire. Due cugine di primo grado depositano una perizia sostenendo che l’anziana donna non fosse più capace di intendere e di volere. Presenta un’istanza anche una terza cugina padovana, pure lei intenzionata a fare luce sulla battaglia dei testamenti. Le perizie di parte presentate dagli ex dipendenti e dalle cugine sostengono che la vedova Sgaravatti avesse uno stato mentale compromesso ma gli accertamenti effettuati dalla procura vanno in un’altra direzione. Sono state acquisite cartelle cliniche e sono stati ascoltati sia medici e notai sia altre persone legate alla sfera famigliare degli Sgaravatti (come per esempio l’ex badante), ma non è mai emersa la certezza di una compromissione delle capacità cognitive della donna.La difesa Nella loro memoria difensiva i due coniugi hanno fatto leva sul rapporto stretto avuto negli anni con la vedova (Alberto Sgaravatti era amico del padre dell’avvocato padovano) allegando fotografie che ritraevano momenti insieme e pure testamenti risalenti agli anni ’80 e ’90 in cui l’avvocato veniva indicato come erede universale. C’è pure una cartella clinica relativa ad un ricovero dell’anziana, datato 2019, in cui i due coniugi vengono indicati come contatti da chiamare in caso di urgenza. Documenti evidentemente convincenti. Secondo il giudice, «non risultano elementi da cui dedurre l’esistenza di una condotta di abuso o induzione, manipolazione, violenza o pressione morale».Bolidi e quadri di lusso Nell’asse ereditario troviamo anzitutto la storica villa Morosini affrescata dalla scuola del Tiepolo nella campagna di Saonara alle porte di Padova: il valore stimato era di 1,7 milioni di euro ma dal paese si è sollevato il grido d’allarme per il suo stato di abbandono e si è attivata pure la Soprintendenza. Nell’elenco figurano poi un palazzo da 22 vani affacciato su Prato della Valle, 100 ettari di pregiati vivai e decine di altri terreni tra il Veneto e Roma. Troviamo anche uffici, capannoni, auto d’epoca e quadri preziosi. Una storia lunghissima, un patrimonio da favola e ora un finale scritto da un giudice.