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Marco Bonarrigo

Per la prima volta in 109 edizioni nessun italiano nei primi sette al Giro. Il ciclismo azzurro crolla tra strutture assenti, giovani in fuga, e numero di squadre in calo. E c'è chi propone categorie per livello, non per età

Il Giro d'Italia che si è appena concluso a Roma sta benissimo, il ciclismo italiano molto meno. Le statistiche non mentono: per la prima volta nella storia (109 edizioni) non c'è un azzurro nei primi sette. Entrambi gregari, Davide Piganzoli, ingaggiato dalla Visma come spalla del vincitore Vingegaard fino al 2028, si è piazzato 8°; Damiano Caruso, 38 anni, nono. I capitani Giulio Ciccone e Giulio Pellizzari, 20° e 21°, hanno beccato un'ora da Vingo. Nel 2006, quando trionfò Ivan Basso, c'erano nove italiani nei primi venti. Non vinciamo un Giro dal 2016 (Nibali), non saliamo sul podio dal 2021, con Caruso, secondo. Non c'è nessun azzurro nei primi dieci del ranking mondiale, il migliore dei nostri è Christian Scaroni, 14° con un quinto dei punti del leader maximo Pogacar.

Il numero di praticanti agonisti in età giovanile (12/16 anni) è in calo progressivo, quello delle società attive e delle gare in caduta libera: con 50 milioni di abitanti, registriamo lo stesso contingente di giovani agonisti della Danimarca che ne ha 6 milioni. Il numero di famiglie che avvia i propri figli al ciclismo fuoristrada è stabile, quello di chi sceglie per ragazzi la strada si riduce per i troppi pericoli e i sempre meno volontari disposti a proteggere (in auto o moto) i giovani durante gli allenamenti: da Roma in giù il movimento è ormai marginale, regioni storiche come Toscana ed Emilia sono in crisi, la Lombardia soffre.