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Per le nostre strade è in corso la centonovesima edizione del Giro d’Italia, corsa ciclistica a tappe. L’ultimo percorso della carovana attraverserà Roma nella giornata di domenica 31 maggio. Difficile che la notizia vi sia sfuggita: il ciclismo di strada è storicamente uno degli sport nazionali più popolari, anche se i corridori italiani da molto non sono ai vertici; dopo un tradizionale inizio all’estero, gli atleti e le enormi comitive del contesto al seguito hanno “salito” il nostro paese dal Mezzogiorno (Catanzaro), prima sull’Adriatico poi sugli Appennini meridionali, sul Tirreno e sugli Appennini centrali, ancora sulle colline adriatiche e sugli Appennini emiliani, ancora sul Tirreno e verso il Settentrione in Piemonte e Val d’Aosta (fin oltre in Svizzera), per spostarsi infine sulle Alpi, attraverso Lombardia Trentino Veneto, a est in Friuli (Aviano da ultimo). Nel complesso, 17 regioni! Erano al via poco meno di duecento corridori, 41 gli italiani, il resto proveniente da altri trenta paesi; otto professionisti per ciascuna delle 23 squadre. È storicamente un giornale a organizzare, gruppo Rcs e Gazzetta dello Sport (da cui anche l’associazione con il colore rosa); è la Rai (ma non solo) nei vari canali video, radio e social a seguire l’evento, quasi in ogni momento; il pubblico è vasto per tutti i chilometri ai lati delle vie prefissate, non autostradali e spesso impervie (conta soprattutto la pendenza). La manifestazione è seguitissima e commentatissima ovunque. Se non amate il ciclismo, siete messi un pochino male (almeno in questo periodo). Le prime tre tappe del 2026 si sono svolte dall’8 al 10 maggio in Bulgaria (543 chilometri), ormai l’inizio all’estero è una consuetudine, era già precedentemente successo in paesi come Israele e Ungheria (con ancor più polemiche per la scelta). I governi ospitanti pagano molto per l’operazione, che ha un ritorno turistico oltre che geopolitico. Durante il giorno di “riposo” migliaia di persone hanno viaggiato attraverso un ponte aereo, marittimo, automobilistico; il 12 maggio si è “ripartiti” dalla Calabria, a quasi ottocento chilometri di distanza in linea d’aria; seguono altre successive diciotto tappe (quasi tremila chilometri), inframezzate da due giorni di riposo (con ripartenza non dalla medesima località, comunque). La classifica si definisce alla fine, sull’insieme del tempo impiegato nella somma dei risultati di ogni tappa, la struttura della competizione fa sì che l’intervallo fra i contendenti possa essere di secondi o minuti, il distacco dei primissimi non è mai di ore, ogni giorno si gioca di squadra e di tattica (anche perché vi sono altri premi oltre a quello generale). E ogni giorno c’è un vincitore di tappa. In un solo caso non si parte tutti insieme per arrivare primi al traguardo, in solitaria o in volata di gruppo: la cronometro prevede partenze scadenzate con la vittoria assegnata a chi impiega meno tempo per i (meno) chilometri previsti quel giorno (una sola volta nell’edizione 2026, primo per distacco il trentenne pluripremiato Filippo Ganna). Le altre tappe hanno una durata fra quattro e cinque ore, chi si trova in coda ovviamente ci mette ancor più. Il ciclismo è fatica fisica, si deve pedalare.Per i bambini riuscire ad andare in bici è un giocoso apprendimento. Basta un corridoio, un giardino, uno spiazzo, possibilmente un adulto compiacente o un amico esperto. Si tratta di un’abilità che in Italia e in molti altri paesi si tende comunque ad acquisire, un po’ come nuotare (anche se apprendere come tenersi a galla comporta la frequentazione di un bacino d’acqua e qualche paura in più). Chi ha un’affettuosa relazione genitoriale tende a iniziare presto e con quattro ruote, le due della mini bici e le rotelle dietro, che garantiscono stabilità nell’uso dei pedali; progressivamente si conquista l’equilibrio nella posizione del corpo e nell’uso degli arti inferiori; anche alcune disabilità cognitive o fisiche possono essere superate. Può restare un gioco a lungo nell’infanzia, addirittura fino alla prima adolescenza: una prova con sé stessi, una sfida con i compagni, la sperimentazione di percorsi, acrobazie e spazi aperti. Anche cadere fa spesso parte dell’esperienza (purtroppo), non sarà probabilmente l’unico graffio o sbucciatura o slogatura o “mora” che ci si fa giocando, anche per coloro che non sono attratti dai pericoli. In secondo luogo, usare la bici è fin dall’adolescenza un decisivo mezzo di spostamento personale, diverso dal camminare in posizione eretta e capace di utilizzare con una certa autonomia le leggi fisiche e meccaniche della “rotazione”; a questo si pensava quando fu “inventata”, probabilmente come potenziale alternativa al cavallo; all’inizio per anni senza sterzo e per decenni senza pedali. Pure nella storia della bicicletta vi sono passaggi non concatenati e luoghi non sincronici, velocipedi e bicicli, sperimentazioni e scatti, trasformazioni e scarti, simmetrie e sincronie, manubri e sellini, raggi e telai, catene e pneumatici, materiali e funzionalità, dinamiche culturali e sociali, miti e leggende. Solo durante la seconda metà dell’Ottocento l’aggeggio comincia a essere uniforme, maggiormente noto e diffuso, meno passatempo per pochi e più fenomeno coinvolgente molti (e liberamente molte), ben presto anche strumento a buon prezzo per i quotidiani spostamenti lavorativi o comunitari e occasione per organizzare gare (o record) in competizione fra più individui in sella. Anche in Italia, quando il paese si avvia verso una prima rilevante industrializzazione (dopo l’Unità e dopo l’esperienza di altri stati europei) si cominciano a produrre pure biciclette e biciclette vengono utilizzate per raggiungere opifici e fabbriche. Le funzioni crescono su più fronti: occupazione, ingegneria e creatività nell’industria manifatturiera meccanica, spostamenti personali e collettivi di massa, corse, sport, turismo, design, moda, gioco per l’infanzia. Cruciale è statisticamente il passaggio di secolo. È stato calcolato che nel 1896 c’erano in giro circa trentamila bici, nel 1899 oltre centomila, quasi centocinquantamila nel 1901. Da allora, la crescita è vertiginosa e costante, il vero principale mezzo di spostamento individuale fino alla lenta “motorizzazione” degli italiani e delle italiane e allo sviluppo dei mezzi collettivi. Ancora nel 1946 il numero delle biciclette segnalato era di circa sei milioni di esemplari, il numero di auto di centocinquanta mila. E andare in bici è faticoso, sono sempre le gambe a farci fare metri in avanti. Occorrerebbe tenerne conto quando oggi taluno guarda con “sufficienza” i ciclisti, c’è una storia (non solo individuale) e una geografia (non solo pianeggiante) negli usi e nei costumi, in memorie esperienze abitudini mentalità, dei nostri concittadini.A fine Ottocento risale pure il ciclismo sportivo. Le località di passaggio o di arrivo (ardite salite e discese, cime, borghi) vengono ovunque scelte con cura turistica, culturale e paesaggistica (stadi naturali): luoghi divenuti spesso iconici nell’immaginario collettivo. Il Giro d’Italia fu annunciato ad agosto 1908 ed ebbe inizio con 127 atleti a Milano il 13 maggio del 1909, su iniziativa di alcuni giornalisti. Da allora, con rare eccezioni, si svolge in primavera per tre settimane tra maggio e giugno. Lo hanno “vinto” in tanti, pochi in più occasioni: ben cinque volte gli italiani Alfredo Binda, tra il 1925 e il 1933, e Fausto Coppi tra il 1940 e il 1953, il belga Eddy Merckx tra il 1968 e il 1974. L’ultimo italiano a trionfare è stato Vincenzo Nibali nel 2016 (era la seconda volta dopo il 2013), da dieci anni è capitato (non proprio di frequente) che connazionali vincessero una tappa, mai più che risultassero alla fine “primi”, con il minor tempo complessivo di percorrenza del giro. Si tratta ancora certamente di una corsa prestigiosa, sul piano storico forse la seconda dopo il Tour de France, valutando che lo sport è professionistico da oltre un secolo, una traiettoria di lavori e interessi esponenzialmente crescenti, il corridore via via specializzato in passista, scalatore, scattista, velocista. Il ciclismo su strada prevede giri o tour in decine di stati di tutti i continenti, singole gare talvolta “classiche” di un solo giorno, percorsi su particolari o plurime superfici di scorrimento delle ruote. Si corre con fatica professionale praticamente tutti i mesi dell’anno. Va tenuto presente che il ciclismo sportivo è sorto e avanzato in parallelo non solo su strada, anche su pista, nel velodromo: una struttura quasi ovale simile all’atletica, con due rettilinei e due curve, queste ultime però inclinate per contrastare la forza centrifuga ad alta velocità. Pur se in entrambi i casi vi sono campionati mondiali europei nazionali regionali, nei palazzetti (ormai sempre al chiuso) sono state articolate molte specialità, in qualche caso con squadre di due o quattro corridori, nella logica di garantire uno spettacolo maggiore e variegato. Ecco che la corsa contro il tempo non avviene solo nelle cronometro su eguali distanze bensì anche per i chilometri e metri percorsi in un determinato tempo, i grandi atleti vengono “misurati” per questi record.Tutto perché andare a lungo o correre in bicicletta è una gran fatica, “eroicità” celebrata con pagine indimenticabili da grandi giornalisti e scrittori! Se hai voluto la bici (più o meno leggera, veloce, personalizzata) devi conseguentemente pedalare, nella maggior parte delle situazioni sarà un buon allenamento per la tua salute fisica e mentale, forse proverai anche un qualche altro piacere (oltre a quello eventuale di fare fatica). Se accendete la televisione in questi giorni trovate corpi e volti di corridori progressivamente sempre più esausti, qualunque sia la “classe” oppure la posizione sulla sella, la fluidità dei movimenti, la capacità di non scomporsi, la “maschera” dello sguardo e delle labbra. Arduo non provare ammirazione, a prescindere da quanto i principali professionisti vengano pagati e dall’enorme aggregato finanziario che ruota intorno al ciclismo. In pochi altri sport “popolari” di quotidiano allenamento si fa altrettanta fatica pubblica, sia che non si conoscano i nomi sia se si tratti di riconosciuti campioni, sia se si resta indietro sia che si prevale in fondo.Non scandagliamo qui innovazioni e tecnologie delle pedalate montane, marine, casalinghe, elettriche, assistite. Le stesse bici da corsa sono ormai sofisticati strumenti tecnologici, chi le monta deve comunque pedalare per muoversi, corpo e mente sono coinvolti per intero. Le “normali” biciclette servono tantissimo alla convivenza civile, a lavoro trasporto mobilità socialità ricreazione cicloturismo sport. E alla sostenibilità ambientale e urbana. In passato si è pensato poco alla “crescita” delle città da “altri” punti di vista, per esempio quello di un bambino o di una bambina, per esempio quello del singolo individuo adulto non motorizzato, di un pedone o di un ciclista, per scelta o per necessità. In un centro urbano congestionato (come la maggior parte purtroppo) si può far prima in bici inquinando niente. Certo servirebbero ridotti limiti di velocità automobilistici, percorsi appositamente ciclabili (invero sempre più frequenti), strategie amministrative coerenti, rispetto reciproco. L’ultima tappa del giro è sempre una “passerella”, la classifica è quella acquisita prima, quest’anno a Roma capitale sarà comunque un giorno di festa popolare: in Italia esistono oggi quasi due milioni di ciclisti amatoriali abituali e quasi un terzo della popolazione usa la bicicletta regolarmente, i tifosi sono ancor di più. Se già non amate il ciclismo si può sempre cominciare.