Dopo il referendum i problemi della giustizia penale, delle garanzie nel processo, del carcere, della repressione abnorme di migranti, marginali e dissenzienti restano inalterati. Un dato per tutti: il 31 dicembre 1970, i detenuti erano 23.190, oggi siamo a 64.436. Dunque il carcere e il penale sono raddoppiati, pur in presenza di una flessione dei reati, che hanno visto il loro tetto massimo nel 1991-92. E ciò sebbene in questi 55 anni il quadro di riferimento legislativo del processo penale sia profondamente mutato. Si può dire che è cambiato tutto. Eppure la situazione è questa.
Per molte ragioni. Due su tutte: una legislazione sostanziale che negli ultimi 30 anni si è arricchita di ben 300 leggi che hanno aumentato i reati o l’entità delle pene (con un record in questa legislatura, nella quale i delitti e gli aggravamenti pena introdotti sono stati addirittura 60) e una diffusa mancanza di cultura garantista, nella quale i magistrati siano valutati – e si valutino – non per i risultati (spesso contingenti) ma per il rigoroso rispetto delle regole, a cominciare da quelle che presiedono alla libertà delle persone.
Nel dibattito referendario il richiamo alle garanzie e a una «giustizia giusta» è stato abusato, sia dal fronte del sì che da quello del no. Sarebbe tempo di dimostrare che non era un richiamo puramente strumentale. Non lo farà certo questa maggioranza (che ha fatto del populismo penale il suo collante), ma, intanto, è auspicabile che l’attuale bagno di opposizione rinfreschi le idee alla sinistra e che il mondo dei giuristi riesca ad esprimere un fronte democratico ampio capace di richiedere una inversione di tendenza e di mobilitarsi per ottenerla. Per stimolare questo processo, non facile ma necessario, Volere la Luna e un ampio gruppo di associazioni rappresentative della cultura giuridica democratica hanno organizzato, il prossimo 6 giugno a Napoli, un incontro nazionale dal titolo «Per una svolta garantista nella giustizia penale. Mobilitiamoci!».







