di Camilla Sernagiotto
Le fonti del CREA ricordano che EPA e DHA — acidi grassi polinsaturi essenziali appartenenti alla famiglia degli Omega-3 — si trovano in numerose specie ittiche, in particolare nel pesce azzurro
Il salmone è da tempo considerato uno degli alimenti simbolo per l’apporto di Omega-3, spesso indicato come scelta privilegiata nelle diete orientate al benessere. Eppure, l’analisi dei dati nutrizionali disponibili e delle evidenze comparative mostra un quadro meno lineare, in cui il suo primato appare relativo più che assoluto. Le fonti del CREA (il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria, considerato il principale ente di ricerca italiano dedicato all'agroalimentare) evidenziano, infatti, come l’assunzione di EPA e DHA — acidi grassi polinsaturi essenziali appartenenti alla famiglia degli Omega-3 — possa essere ottenuta attraverso una pluralità di specie ittiche, molte delle quali appartengono al pesce azzurro. In questo scenario, il salmone si colloca tra le opzioni di valore, ma non come unico riferimento possibile. «Il salmone è una delle fonti più pratiche e "dense" di EPA+DHA, ma non quella con più alta concentrazione» spiega il biologo nutrizionista Niccolò Meroni, Università degli Studi di Milano. «Molte altre specie come, ad esempio, le aringhe, gli sgombri, acciughe/sardine e alcune trote, hanno contenuti uguali o superiori per 100 g. Questo per dire che il ruolo del salmone è spesso sovrastimato rispetto ad altri pesci grassi. Nella dieta reale, però, può contribuire molto perché è tra i pesci più consumati».









