C'era un uomo che è passato per gli ultimi quarant'anni di calcio seguendo l'idea, del tutto estemporanea, che se non ci si cura del mondo esterno, il mondo esterno non si cura di te. Lo ha fatto alla maniera di un artista naïf, facendo finta di essere un autodidatta in un mondo che stava cambiando e andando in contro a un sempre maggiore studio e specializzazione. E poco importa se non era davvero così, se lui il calcio lo aveva studiato, approfondito, interpretato e reinterpretato. E continua a farlo. Silvio Baldini si è sempre rapportato al mondo del pallone come un viaggiatore di Grand Tour, un osservatore curioso, interessato a tutto, senza però farlo notare. Un anarcoide del calcio del tutto insensibile alla vecchia massima fergusoniana che nel calcio “contano le idee, il gioco, soprattutto i risultati e la capacità di tenere per sé opinioni e borbottii, offrendo sempre un lato rassicurante e coinciliante”. Silvio Baldini non c'è mai riuscito. La sua esperienza calcistica è stata un'incontro di boxe, fatto di pugni presi, pugni dati, sempre a guardia troppo bassa.Non ha smesso nemmeno ora che è diventato commissario tecnico ad interim della Nazionale italiana. Sa che lo sarà per 180 minuti abbondanti, quelli dei recuperi. Sa che si siederà in panchina per due partite a cui non frega nulla a nessuno perché sono due amichevoli contro Lussemburgo e Grecia e il Mondiale gli Azzurri non lo giocheranno. Ha dato a questo il giusto peso. Sa che il suo è un tempo piccolo che si estinguerà, ha ammesso con fin troppa onestà di non essere il tecnico adatto per guidare la Nazionale maggiore – "Credo che per allenare la Nazionale che ha in bacheca 4 titoli mondiali, 2 europei e una medaglia d’oro all’Olimpiade ci vuole curriculum che non ho. So che molti fanno il tifo per me perché vedono un cambiamento, però non voglio fare il pavone altrimenti rischio una brutta figura", ha detto al Corriere. Ha però chiaro in mente il suo obbiettivo: "Ho chiaro in testa cosa voglio: partecipare e vincere all’Europeo Under 21 e andare all’Olimpiade". E ha sfruttato queste due partite da ct ad interim per lavorare al suo obiettivo chiamando gli abili e arruolabili per l'Europeo di categoria, assieme al capitano Gianluigi Donnarumma, l'unico che l'ha chiamato dopo il suo incarico. Ha poi parlato chiaro, ha ribadito quello che aveva già detto, ossia una totale disistima per chi governa il calcio: “Il calcio italiano è in mano a dirigenti che pensano a interessi loro e non alla crescita del movimento. Mi diverto a chiamarli lestofanti e hanno in mano il filo di questo gioco”, nulla di nuovo per lui. La sua è la voce di tanti, quella che gira nei bar, sui social, nei discorsi leggeri tra amici. Vox populi che però è da anni che argomenta, spiegando il perché di certe affermazioni che possono passare per populiste, che populiste un po' lo sono, ma che assumono nelle sue parole un senso e una dimensione reale.Silvio Baldini in Azzurro è sempre stato un'interferenza, un qualcosa che sembrava uno scherzo e che invece è realtà. E una realtà interessante. Un uomo capace di fregarsene di tutto, ma non di ciò che ancora crede sia il calcio: appartenenza, sacrificio, soprattutto un gioco di collettivo. Anche per questo ha deciso di affidarsi a quella che ora considera la meglio gioventù che abbiamo, un manipolo di giocatori che vede nella maglia azzurra ancora un punto d'arrivo e allo stesso tempo un punto di partenza o di ripartenza.Si è letto: “Poteva giocarsela meglio”, “poteva evitare di fare show”, “forse non si è accorto di essere il ct”. Silvio Baldini però si è reso conto di essere il ct, di giocarsela meglio non aveva nessuna voglia, il suo show, o presunto tale, in realtà è solo un attestato di onestà verso se stesso. La dimostrazione, l'ennesima, che lui è così, prendere o lasciare.Silvio Baldini ha girovagato a lungo nella provincia italiana. Si è trovato quasi sempre a lavorare in emergenza, a volte ha fatto ottime cose, ha creato con poco storie calcistiche sorprendenti. Alcune le ha portate a termine, altre le ha fatte evaporare per eccesso di irruenza, perché incapace di scendere a compromessi con se stesso, con gli altri, con ciò che gli stava attorno. Eppure, a sentire i giocatori che ha allenato, una gran parte di loro ne ha un ricordo eccellente. Quando Gianluigi Buffon e Maurizio Viscidi l'hanno proposto a Gabriele Gravina come ct dell'Under 21 e l'ex presidente federale ha accettato il suggerimento, i più hanno preso per niente sul serio la scelta, come questa fosse la pietra di chiusura del sarcofago del calcio italiano. Otto partite, sette vittorie e una sconfitta dopo (quella contro la Polonia, arrivata però negli ultimi minuti di una sfida nervosa e caotica) il giudizio generale è assai cambiato e per la prima volta l'allenatore Silvio Baldini è stato preso sul serio e non come una sorta di personaggio carnevalesco al quale non dare troppa importanza come è stato per oltre vent'anni.Perché Silvio Baldini andava preso sul serio prima. Forse, uno dei pochi veri provinciali che non vogliono far finta di essere cittadini rimasti nel calcio. È l'uomo della “Sacrificata vittima / Verso d'amore cerca fiato / Per non soffocare più / Affittasi crepuscoli Balere ad ore piccole”, come cantavano i Baustelle. Uno dei pochi che, nel teatrino di un calcio che si loda e si imbroda, si è tenuto alla larga da quel lodarsi e imbrodarsi, non ha fatto finta di avere fenomeni – ai fatti presunti tali – e ha capito che quando le fondamenta sono corrose, è necessario radere al suolo tutto per ricostruire. Sperando di non ritrovarsi ancora una volta a costruire per distruggere.