Tra propaganda, sospetti e grandi nomi sullo sfondo, guida l'Italia senza garanzie. E domani c'è il Lussemburgo

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Silvio Baldini è un passante. Gli hanno offerto part time la guida della nazionale svergognata da tre, dico 3, mancate qualificazioni al mondiale. Lui, il Silvio, è figlio di Carrara, terra di marmi, scorza durissima, si porta appresso ogni giorno quelle radici di sofferenza e, assieme, di vita vera ma non bastano, in questo sguaiato set cinematografico che è diventato il calcio. Il nostro poi, da avanspettacolo. Viene trattato con raro rispetto, non allena i giornalisti come sanno fare altri illustri colleghi suoi, non liscia i dirigenti del calcio anzi li graffia, sta dentro sentendosi fuori o, meglio, al di sopra, il suo mondo è quello del campo, dello spogliatoio, non spaccia calcio lo vive e lo frequenta, gode di riconoscenza di ex compagni e sodali che però oltre a questo non vanno, non si sbilanciano, non si battono perché Silvio Baldini resti il commissario tecnico della nazionale.È partita la propaganda sul Guevara del football, il rivoluzionario, anarchico, pugno chiuso e bandiera rossa, basterebbe conoscere la storia e gli insegnamenti di sua madre, fascista pura, per comprendere di che razza sia Silvio. Non ha i crediti, dicono i grandi pensatori, non ha l'eleganza di un Mancini, il carattere di un Conte, l'astuzia dell'Allegri, è come il ruotino di scorta quando buchi una gomma, anzi in questo caso tutti i pneumatici della vettura. Una vergogna, direi. Un modo ineducato, irrispettoso di giudicare la professionalità, l'impegno, la dedizione al compito assunto.