Dai biglietti alle piattaforme on demand, i dati Istat raccontano un Paese che guarda film sempre più da casa
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Il rito si è fatto più raroIl divano consuma silenzioChi sta vincendo
Il cinema, per anni, è stato una cosa molto semplice: uscire, comprare un biglietto, sedersi accanto a sconosciuti, tacere tutti insieme davanti a una storia più grande del salotto. Una forma di rito civile con odore di velluto, caramelle, cappotti bagnati d’inverno e file davanti alla cassa. Oggi quel rito esiste ancora, solo che deve contendersi la serata con un avversario imbattibile: il divano di casa. Vicino. Comodo. Economico quel tanto che basta da sembrare innocente. Sempre disponibile, senza orari, senza parcheggio, senza il vicino di poltrona che sgranocchia pop corn come se stesse demolendo una parete.
La trasformazione arriva da lontano. Nei dati storici, il cinema in Italia tocca numeri enormi tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta: da 6 mila fino a oltre 16 mila biglietti venduti per mille abitanti. Era il tempo in cui il grande schermo occupava un posto centrale nell’immaginario collettivo, molto prima che la televisione entrasse nelle case con la discrezione apparente degli elettrodomestici destinati a cambiare le abitudini di tutti. Dagli anni Sessanta la sala comincia a perdere centralità. Dagli anni Ottanta arriva l’home video a rafforzare la fuga verso casa. Poi lo streaming completa il giro: il film resta, il luogo cambia.









